Posted On 9 febbraio 2016 By In Benchmark With 561 Views

Perchè le imprese italiane sono ancora poco “smart” ?

Ricerca tra le aziende sul tema dello smart working. L’Italia si piazza al penultimo posto.

Secondo quasi la metà dei lavoratori italiani i dispositivi tecnologici rappresentano ancora una grossa barriera: Il 40% non sa come utilizzare soluzioni di audio e web Conferencing e il 43% le soluzioni video. Questo dato emerge da una indagine condotta da Vodafone in dieci paesi e cioè l’Italia, l’India, la Germania, Hong-Kong, i Paesi Bassi, Singapore, il Sudafrica, la Spagna, il Regno Unito e gli Stati Uniti.
Oltre ad avere forti dubbi sulle capacità tecnologiche dei loro dipendenti, le imprese temono parecchio gli attriti tra chi ha la possibilità di lavorare da casa e chi non ha tale possibilità (32% del campione).
Per molti tale distinzione può far sì che i dipendenti possano non lavorare a pieno regime (29%) o che il lavoro non sia distribuito equamente (22%). La nuova normativa è diventata più concreta ed interessante grazie alle novità introdotte dal nuovo Jobs Act per il lavoro autonomo, approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì 28 gennaio 2016.
Secondo il sondaggio Vodafone, emerge quindi anche che tra i lavoratori italiani 4/10 dichiarano di non avere problemi ad usare soluzioni di audio e video conferenza (38%), mentre 8/10 controllano regolarmente la posta elettronica con lo smartphone. Per inciso però è importante sapere che lo smartphone aziendale è in dotazione solo al 14% dei lavoratori intervistati, mentre con il notebook si arriva al 18%. Nel complesso quindi il 70% delle aziende italiane intervistate dichiara di aver adottato politiche di lavoro flessibile, ma tra i lavoratori la quota scende al 31%, tanto che l’Italia arriva al penultimo posto tra i Paesi della ricerca. Peggio del nostro paese troviamo solo Hong Kong che si colloca in ultima posizione. Chi sperimenta lo smart working però ne rimane piacevolmente soddisfatto: per l’80% dei lavoratori migliora la vita personale e per il 91% dei datori di lavoro ha effetti positivi sull’azienda. In particolare, l’84% delle aziende ha registrato un incremento della produttività.
Anche considerando gli altri paesi oggetto dell’indagine, il lavoro a distanza è visto come una modalità che ha effetti molto positivi: l’83% delle aziende valuta un aumento della produttività, il 61% una crescita dei profitti, il 58% riscontra effetti positivi sulla reputazione aziendale. Però anche se il bilancio di chi adotta modalità di lavoro flessibile è più che positivo, esistono ancora parecchie resistenze che non si riscontrano solo in Italia. Dallo studio emergono diversi ostacoli: per il 33% dei lavoratori, ad esempio, il lavoro a distanza non si concilia con la mentalità di tante organizzazioni.
Per poco più di un quarto degli intervistati potrebbero infatti sorgere attriti tra chi lo adotta e chi lavora in modo tradizionale, e comunque ci sono preoccupazioni sulla corretta distribuzione dei carichi di lavoro. Le preoccupazioni però riguardano soprattutto chi lavora in ufficio da sempre e che quindi si pone con diffidenza verso questo tipo di novità. Interessante notare infine che per il 72% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, l’introduzione di queste novità (smart-working) porteranno un miglioramento della qualità del lavoro.