Posted On 5 Marzo 2019 By In Innovazione With 198 Views

E se i dati sono sbagliati?

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Il fattore umano è l’anello debole di blockchain

L’entusiasmo intorno a blockchain è offuscato da un’unica domanda: e se i dati sono sbagliati? Questo problema dà avvio all’articolo di Gary Wollenhaupt su Supply Chain Dive.

Fin dai tempi dei primi programmatori di schede perforate, i data system hanno affrontato il problema del “garbage in, garbage out”, un detto del campo informatico che sta a indicare che i computer elaborano i dati in entrata anche se sono insensati, producendo di conseguenza un risultato insensato. L’output di un programma è affidabile tanto quanto lo sono i dati inseriti.

Blockchain, si pensa, risolve questo problema creando un registro immutabile di transazioni che può venir modificato solo con il consenso degli altri componenti del network. Ma come ci si può assicurare che i dati apposti su una confezione di lattuga in un supermercato siano corretti e permetteranno al prodotto di venir tracciato fino al campo preciso dove è stato raccolto?

«Una registrazione blockchain è utile e affidabile solo nella misura in cui lo sono i dati inseriti», ha dichiarato a Supply Chain Dive Matt Higginson, partner di McKinsey & Company. «L’algoritmo di consenso che governa la scrittura di nuovi dati verifica l’autore dei dati, ma non i dati in sé. Al momento, gli esperti del settore stimano che tra il 35 e il 40% di tutti i dati nei sistemi di supply chain sono imperfetti. «Anche se blockchain non è completamente sicura, può portare un grosso cambiamento nella correttezza dei dati grazie all’assegnazione di responsabilità e all’incremento di sicurezza».   

Nel campo delle criptovalute, i membri del network non hanno necessità di conoscersi l’un l’altro: il sistema stesso rende impossibile la frode. Adattare blockchain al tracciamento di oggetti fisici, invece, richiede un elemento di fiducia in più e di sapere chi sta aggiungendo informazioni alla catena.

Per quanto riguarda i prodotti dell’industria manifatturiera è possibile imprimere un codice crittografico nel componente e inserire questa chiave all’interno di blockchain per iniziare il processo di tracciamento. «Nel caso di beni deperibili come i pomodori non è molto più difficile e si prospetta perciò il rischio di sostituzioni», ha affermato Higginson.

Al momento, l’unico modo per eliminare la minaccia della sostituzione di dati o di frodi è rimuovere l’elemento umano dall’inserimento dati e istituire sanzioni per chi immette dati errati. I sensori automatici apposti o inglobati nei beni tracciati possono ridurre o eliminare la probabilità di errori o frodi. A chi venisse scoperto nell’atto di inserire dati scorretti, come la qualità di un diamante o l’origine di un prodotto, potrebbe venir vietato ogni accesso futuro alla blockchain. In caso di errore, l’autore avrebbe la possibilità di correggerlo, ma lo storico delle modifiche rimarrebbe visibile a tutti i membri di blockchain.

In ogni caso, in ambito alimentare le organizzazioni che certificano le supply chain si stanno rivolgendo anche a blockchain, ma continueranno ad affidarsi a processi di audit che coinvolgono gli esseri umani. Arrivati a questo punto, secondo Higginson, bisogna stabilire standard universali di data entry, strutture e autorità.

I cosiddetti smart contract potrebbero essere una soluzione. Tutte le parti potrebbero avere l’accesso per rivedere e correggere i dati in caso di errori o se il prodotto immesso nella supply chain dovesse cambiare rispetto ai precedenti. «Tuttavia, un simile processo non previene la sostituzione né la creazione di falsi dati sulla supply chain consapevolmente inseriti dalle persone autorizzate», ha dichiarato Higginson.

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