Posted On 26 Febbraio 2020 By In Innovazione With 367 Views

Parola della settimana: Smart Working

la parola della settimana

Due settimane fa abbiamo scelto la parola “Coronavirus”. Oggi, viste le sue evoluzioni, non potremmo che affrontare la sua diretta conseguenza in ambito business, lo smart working. Da quando il virus ha oltrepassato i nostri confini nazionali, la percentuale di contagi è aumentata come del resto, purtroppo, il numero dei decessi.  La paura e l’isteria, in questa circostanza, non si sono fatte attendere: intere scorte di disinfettante per le mani, mascherine e gli scaffali nei supermercati sono stati presi d’assalto. 

Il 22 e il 23 febbraio per la Regione Lombardia è stato un crescendo di agitazione e di provvedimenti tanto da parte del Governo tanto da parte della Regione. Le aziende stesse, trovatesi a dover gestire un’emergenza in due giorni, o a prendere solo alcune precauzioni nel migliore dei casi, hanno concesso ai propri lavoratori la possibilità di spostare l’attività lavorativa a casa tramite lo smart working, complice anche la chiusura delle scuole e delle università.

Lo smart working in Italia

Sulla Gazzetta Ufficiale, già dal 23 febbraio 2020, è comparso il decreto attuativo che facilita l’avvio dello smart working nelle zone colpite dai contagi di Coronavirus. Una situazione non sconosciuta in Italia che, già in occasione del crollo del Ponte Morandi a Genova e dell’alluvione di Torino, aveva permesso alle aziende di garantire la continuità lavorativa. Le Regioni maggiormente toccate hanno richiesto di ridurre al minimo gli spostamenti e di optare per il telelavoro il più possibile. Ma non per tutte le realtà aziendali sarà così semplice.

Mariano Corso, responsabile dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, in un’intervista a La Repubblica, ha citato i casi di Unicredit e Generali che, nonostante la chiusura degli uffici, stanno lavorando a pieno regime perché erano già preparate al telelavoro e soprattutto attrezzati. Situazione contraria per chi invece si è dovuto organizzare da un giorno all’altro e vedrà registrarsi un calo della produttività, che normalmente, come spiega Corso, invece lo smart working aumenta del 15-20%. 

Perché in Italia ancora nel 2020 molte aziende non lo percepiscono come opportunità e preferiscono evitarlo? In questo modo non si considera lo smart working come vantaggio competitivo per l’azienda. I lavoratori, infatti, procedono per obiettivi e sono più focalizzati, perché lavorare da casa è benefico sia da un punto di vista personale sia da un punto di vista sociale e ambientale. 

Oltre il Coronavirus, cosa significa fare smart working

Secondo una ricerca Sda Bocconi un lavoratore in smart working risparmia 1,30 ore – tempo tipicamente dedicato agli spostamenti – e dimostra una maggiore efficienza, motivazione e produttività. 

Lo smart working, nonostante alcune resistenze, piano piano si sta inserendo nelle dinamiche aziendali, maggiormente nelle grandi aziende per le opportunità che offre. In primis, con l’ingresso dei millennial e della generazione Z nel mondo del lavoro, il telelavoro assicura l’acquisizione e il mantenimento del personale di questa fascia d’età che, dopo un affiancamento iniziale, sarà autonomo e dinamico.  Se ci spostiamo di 20-30 anni, anche i dipendenti senior possono trarre benefici da tale pratica lavorativa, sia per questioni famigliari come maternità e paternità, sia per accudire i genitori anziani. 

Forse per abbattere quel muro che separa le grandi aziende e multinazionali da quelle più piccole e più restie nei confronti del telelavoro si deve puntare e rafforzare il concetto della performance, molto differente dalla banale presenza in ufficio. Quello che conta deve essere l’obiettivo e l’arrivo puntuale alla consegna; il luogo di lavoro deve passare in secondo piano. 

Secondo un articolo di Business People del 28 gennaio, il numero di lavoratori italiani smart ad oggi sarebbe di circa 570 mila e le entità di coworking nella penisola 665, dopo dieci anni dal lancio del settore. Un dato questo che, secondo CBRE, cambierà in positivo con l’aumento previsto del 38% dell’interesse per gli spazi condivisi entro il 2020. 

Quali sono le città più smart? 

Al primo posto Milano con 90 coworking, Roma con 50, rispettivamente 1 spazio ogni 14mila abitanti e 1 ogni 50 mila. Segue Bologna con 17 spazi, 1 ogni 20 mila abitanti, Torino (15), Firenze(15) e Verona(13). Al Sud invece primeggia Palermo con 13 spazi di coworking.

Una comunità in crescita quella degli smart worker che dal 2018 è cresciuta del 20% e che, secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management Politecnico di Milano, coinvolge 1 azienda italiana su 2, il 58% del totale. Il 12% invece si sta muovendo in questa direzione e conta di applicarlo completamente nei prossimi 12 mesi mentre il restante 30% conferma una sua futura applicazione. A distaccarsi totalmente, l’8%  del campione che ha mostrato segni di disinteresse o di incertezza. 

 

 

 

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