Posted On 10 Gennaio 2019 By In Interviste With 526 Views

Che cos’è l’innovazione?

Riportiamo l’intervista a Ivan Ortenzi, Chief innovation evangelist di Bip Group, pubblicata sul magazine “The Procurement – Procurement 4.0” (Anno 4 Numero 4) 

Nell’era 4.0, dove l’evoluzione tecnologica detta legge, l’innovazione rimane una parola dai confini labili e dal passo incerto. È sulla bocca di molti ma cosa sia, quali sviluppi ci prospetti e come si possa applicare nel proprio habitat aziendale, sono domande che richiedono di fare un po’ di chiarezza e alla svelta.
Per questo motivo, al Procurement & Innovation congress, organizzato da The Procurement, nella sala conferenze dello Stadio Olimpico di Roma, lo scorso luglio, abbiamo deciso di invitare Ivan Ortenzi, attuale Chief innovation evangelist di Bip e autore di un recente libro intitolato #Innovation Manager, disegnare e gestire l’innovazione in azienda.
Pur essendo un saggio per addetti ai lavori, puntuale e articolato, in realtà, ha il pregio di parlare a tutti coloro che sono interessati a comprendere più da vicino chi siano gli attori che oggi promuovono e producono innovazione, le dinamiche aziendali nelle quali devono calarsi, individuando di volta in volta le strategie e le tipologie di evoluzione più adatte.
Dopo il suo intervento al congresso, ho incontrato nuovamente Ivan Ortenzi, questa volta a Milano, sua città d’adozione, per tornare a ragionare sul suo libro e sul percorso che lo ha portato a diventare un evangelist
dell’innovazione
, un ruolo dai tratti immaginifici che in realtà si acquisisce sul campo, grazie a un percorso fatto di concretezza, sperimentazione, visione.

Dalla sua prima esperienza lavorativa in Comit, è passato da Torino a Milano, dal lavoro in banca alla consulenza, al marketing, per poi unirsi, nel 2006, all’amico e sodale Ernesto Ciorra, oggi Chief innovation di Enel, nella sua iniziativa Ars et Inventio, società di consulenza focalizzata sull’innovazione. Insieme hanno mutuato dagli Usa i master di Innovation management, proponendoli per la prima volta anche in Italia e poi, tra il 2012 e il 2014, è iniziata la graduale acquisizione di Ars et Inventio da parte di Bip (Business Integration Partners) dove oggi Ivan ricoprire il ruolo di Chief Innovation evangelist «È un ruolo», racconta Ortenzi,«raggiunto dopo un lungo percorso al fianco di innovation manager di varie aziende, italiane ed estere, realizzando iniziative che avevano l’obiettivo di definire e costruire approcci strutturati all’innovazione. Ora, utilizzo quanto appreso per traguardarlo nel futuro. Il mio obiettivo è di individuare i trend tecnologici, di corporate innovation, comportamentali e quelli afferenti alle competenze, per incrociarli, disegnare e progettare nuovi modelli di business. Questo perché, come ho appreso negli ultimi anni, di per sé la tecnologia è neutra, ciò che fa la differenza è il tasso di tecnologia delle persone e dei manager».

Come sta avvenendo questa evoluzione?

Spesso mi viene da dire che la digital transformation è la condizione necessaria ma non sufficiente per cercare di capire quali saranno i cambiamenti del futuro.
La cosa interessante in questo periodo è la differenza, in termini temporali, tra il tasso di adozione di tecnologie da parte dell’utente-consumatore rispetto al grado di adozione del mercato. È interessante osservare il fenomeno delle start up, che meglio interpretano le nostre aspettative e guadagnano dove la grande azienda o quella tradizionale fa più fatica a cambiare.
In questo gap, c’è tutto quello che chiamiamo innovazione, ossia un atto di ribellione da parte di persone irrequiete che riescono a fornire soluzioni o risolvere problemi, in linea con le aspettative del mercato.
Se nel passato eravamo abituati a curve di rivoluzione industriale molto più lente e dilatate, ora assistiamo allo sviluppo di più innovazioni tecnologiche contemporaneamente e tra queste ce n’è una, il digitale, che al tempo stesso è tecnologia verticale e piattaforma che consente alle altre tecnologie di lavorare in modo più efficace.
Nel suo libro L’inevitabile, Kevin Kelly afferma che la digital transformation è inevitabile, quello che deve essere interpretabile sono le sue conseguenze.
Quella in atto non porterà a una trasformazione ma a una vera e propria evoluzione di comportamenti e competenze che necessitano di reinventare i modelli di business e le nostre aspettative.

A che punto è l’Italia rispetto ad altri paesi?

Una volta dissi che l’Italia è un paese di innovatori ma non è un paese per l’innovazione e questo è dato dal suo tessuto imprenditoriale. Mi piacerebbe che ogni tanto, invece di Industria 4.0, si parlasse di Artigianato 4.0, perché la nostra forza risiede nella capacità produttiva e manifatturiera, due elementi che con il concetto tedesco di 4.0 hanno poca attinenza. È necessario capire che siamo un ecosistema basato sulla produzione intellettuale e materiale.
L’altro tema importante riguarda un inevitabile salto culturale che porti la filiera di produzione, il distretto, il polo industriale, a evolvere e scalare su una serie di direttrici strategiche. È il momento di scegliere cosa fare nei prossimi 30 anni ed è una scelta complicata.
L’italia è a macchia di leopardo, con realtà di eccellenza. Dobbiamo pensare a unire i puntini, superare le guerre campanilistiche, massimizzare l’impegno delle istituzioni, come Confindustria, sviluppare le infrastrutture. La crescita dei poli di innovazione è direttamente collegata alla presenza dell’alta velocità.
L’innovazione in Italia si sta strutturando là dove le persone viaggiano.

In un momento in cui tutto scorre e cambia velocemente, come si fa a rimanere al passo con l’innovazione, capendola e adattandola?

Nel mio libro #Innovation Manager, ho dedicato una riflessione al concetto di paura, in senso positivo, come uno dei grandi motori di spinta all’innovazione.
La paura ti porta a combattere, trovare una soluzione, mettere in discussione lo status quo. Come ho scritto, l’innovation manager è un why man/woman. Quando si trova in riunione, a lui è richiesto che alzi la mano per chiedere: «perché facciamo questo e in questo modo?».
La capacità di aggiornamento nasce dalla paura e dalla necessità valicare la propria comfort zone. Chi innova è un irrequieto.
Oggi abbiamo la necessità di mettere in discussione (e questo dovrebbero farlo tutti i manager) le nostre certezze perché tutto cambia velocemente. Andare sul mercato, confrontarsi con i clienti e con le nuove generazioni, è la più grande forma di aggiornamento.

Altri libri in cantiere?

Ho appena finito di scrivere un capitolo sull’intelligenza artificiale per un saggio che uscirà per l’editore Franco Angeli, scritto da vari esperti, da diversi punti di vista: accademico, consulenziale, aziendale.
Nel mio contributo analizzo come diventeremo degli esseri umani aumentati e come cambieranno i nostri modelli relazionali tra di noi e interfacciandoci con l’intelligenza artificiale robotica e algoritmica.
Oltre agli aspetti comportamentali, sociali, antropologici, mi hanno chiesto di scrivere le nuove competenze che in futuro ci consentiranno di essere diversi dalle macchine.
Più diventeranno importanti le macchine, l’intelligenza artificiale, più diventeremo importanti noi come esseri umani ma solo se saremo in grado di fare gli esseri umani, attraverso la nostra creatività, il pensiero critico, la capacità di fare domande più che di dare risposte, di coltivare competenze artistiche e di essere ironici.
Tutto quello che ci rende umani sarà il nostro punto di forza per relazionarci con qualcosa che umano non è.

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