Posted On 7 ottobre 2015 By In Know-how With 643 Views

La diffusione di “Registrazioni fraudolente” è o no reato?

di Angelo Jannone

L’origine della “querelle”
Ricordate l’emendamento alla delega al Governo in materia di diffusione di registrazioni telefoniche o tra presenti?
Ma le polemiche che meno si comprendono sono quelle sollevate dall’associazione magistrati. Perché? Perché l’emendamento proposto non riguarda affatto la diffusione di elementi investigativi (e non solo intercettazioni) attraverso i media. Ma le cosiddette «registrazioni fraudolente» .
E le norme esistono. Sono fatte male, ma esistono.


Il testo dell’emendamento:

“Prevedere che chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. La punibilità è esclusa quando le riprese costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria o siano utilizzate nell’ambito di esercizio del diritto di difesa”.

Quindi le intercettazioni non c’entrano.
Di cosa si tratta? Si tratta di conversazioni audio/video di cui colui che registra sia parte e che pertanto esulano dal concetto di intercettazioni in senso tecnico giuridico, legali o illegali che siano.

E su questo e sulla loro utilizzabilità, la giurisprudenza penale ha fatto chiarezza da annii affermando ad esempio che: «Non è illecito registrare una conversazione perché chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui.»

Aggiunge e ricorda la Suprema Corte che, sia l’art. 23, sia l’art. 167, comma 2 (in materia di violazioni penali) del «Codice della Privacy» infatti, dispongono che i reati ivi previsti sono punibili soltanto “se dal fatto deriva nocumento” che deve ovviamente trattarsi di un danno ingiusto.

Dunque, risulta lecita una qualsiasi registrazione tra presenti (o telefonica) da parte di uno dei partecipanti e non costituisce reato in quanto trattasi esclusivamente di una forma di memorizzazione tecnologica di fatti e contenuti, purché non ne derivi un danno ingiusto.

Quindi registrare “clandestinamente” se non è intercettazione, come molti sono portati a ritenere, cos’è?

Si tratta tecnicamente di “trattamenti” come definiti dal Testo Unico sulla Privacy, “privi di consenso”.

E di qui si spiega la pur confusa osservazione e richiami alla Privacy della Suprema Corte.

Perché a disciplinarle sono gli art. 24 lett. f) e 26 lett c) del Testo Unico Privacy (d.lgs 196/03), rispettivamente per i dati (informazioni) “comuni” e dati (informazioni) “sensibili”, che concedono una “possibilità” ma pongono anche un “limite”.

La “possibilità” è che il trattamento privo di consenso, ossia la registrazione occulta, per stare al nostro caso, è ammesso quando serva a far “…..valere un diritto in giudizio”, come la registrazione di una chiacchierata con chi cerca di estorcermi del danaro, per potermi procurare la prova del reato e denunciarlo. Il “limite”: tali dati o informazioni non si possono diffondere, come nel caso in registro una conversazione con il mio capo, per provare una molestia sessuale e, dopo averla presentata ai carabinieri con la denuncia, utilizzo quella registrazione pubblicandola su Facebook.

Ma un abuso e non pacificamente un reato.

Perché? Perché il reato ci sarebbe. Ma la norma è formulata male e rischia di non essere priva di censure.

Infatti il delitto di “trattamento illecito di dati” (art Art.167 del Codice sulla Privacy) fa riferimento anche (ma non solo) al divieto più generale di cui all’art.25 di pubblicazione e diffusione, se ordinato dal Garante o dall’Autorità Giudiziaria, se ne è stata disposta la cancellazione, o se, ancora, le finalità del trattamento siano diversa da quelle per cui le informazioni sono state raccolte, con una reclusione da 1 a 3 anni. Ma se le registrazioni, come nei casi eclatanti giornalistici, fossero eseguite per presentare una denuncia, e poi si diffondono? Si viola si il limite dell’art.24 lett. f ma non si commette alcune reato, non potendolo ricavare per via interpretativa «estensiva», giacché siamo nel campo del penale.

Ma il divieto vale per i c.d. giornalisti investigativi?

Le norme speciali non lo dicono e come sempre la risposta è nella lettura sistemica e nei principi costituzionali.

Al giornalista potrebbe essere applicata la scriminante dell’adempimento di un dovere (art. 51 c.p.) in maniera “stiracchiata”, facendo riferimento al principio costituzionale ex art.21 (diritto/dovere di informazione e opinione).

Ma un po’ di chiarezza normativa in più non guasterebbe.
Come?

Integrando la fattispecie di cui all’art. 167 del TUP (Testo Unico Privacy) con l’introduzione dei commi 3, 4 e 5:

Con il primo si va ad aggravare la sanzione quando la diffusione riguarda informazioni carpite in modo fraudolento.

“3. Nei casi previsti dai commi precedenti, la pena è della reclusione da 2 a 6 anni, se il fatto viene commesso avvalendosi di strumentazioni audio/video o con qualunque altro mezzo atto a carpire fraudolentemente i dati.”

Con il co. 4 rimarcando l’esclusione della pena quando si tratta di utilizzo per fini di giustizia di quanto carpito:

4. La punibilità è esclusa quando il trattamento è finalizzato esclusivamente a far valer un diritto un giudizio mediante la produzione di una prova, nell’ambito di indagini difensive penali e negli altri casi di cui agli artt. 24 lett.f) e 26 co. 4 lett.c) di trattamenti privi di consenso.

Con il comma 5, invece, si consacrerebbe l’esclusione della punibilità nei soli casi di diffusione da parte di giornalisti professionisti.

5. La punibilità è altresì esclusa quando il fatto è commesso da un giornalista professionista e per il solo esercizio del dovere di cronaca.

Rimarrebbe il vero nodo: è la diffusione degli atti di indagine. Ma è un problema diverso e ben più complesso.

 Ad es. Cass. Pen. sez III, 13.05.2011, n. 18908