Posted On 10 Luglio 2016 By In Archivio Magazine With 138 Views

Speciale mobility management

magazine 3-2016

La globalizzazione impone la ricerca di soluzioni di trasporto ottimizzate, si creano nuove normative e metodi…

The Procurement Magazine anno 2 n.3 Luglio – Agosto 2016

L’editoriale

Mobility, globalizzazione e società…

di Giulio Carloni

In Italia la figura del Mobility Manager è stata istituita – solo virtualmente, dice qualcuno col decreto del Ministero dell’Ambiente 27/1998, il “decreto Ronchi”. Gli enti pubblici con più di 300 dipendenti per unità locale, nonché le imprese con oltre 800 dipendenti complessivamente, devono individuare un responsabile della mobilità del personale.

Un mobility manager di area, presso l’ufficio Traffico dell’Ente locale che lo ha nominato, supporta e coordina i mobility manager aziendali. Se dovessimo trovare un nume tutelare per i mobility manager, potremmo risalire alla notte dei tempi. Proviamo ad avanzare qualche candidatura?Primo fra tutti Mosè, dato che l’Esodo è stato un mobility project coi fiocchi: un popolo intero portato dall’Egitto alla Palestina, la terra promessa, nel XIII secolo a. C. Peraltro, ha avuto un’ottima copertura media, dando vita al secondo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana. Ma il rav degli Ebrei se la deve giocare con Alessandro Magno, capace di spostare eserciti attraverso l’Asia Minore dall’Egitto all’India. L’obiettivo era giungere ai confini del mondo; non c’è arrivato, ma considerando i mezzi a disposizione nel IV secolo a. C., non ha mica fatto roba da poco. E poi, magari, con Ferdinand de Lesseps, costruttore del canale di Suez e promotore di quello di Panama, o con Herbert “Herb” Dwight Kelleher, cofondatore dell’americana Southwest Airlines, la più antica delle low cost operanti e di gran lunga la maggiore (è la più grande compagnia aerea di voli nazionali al mondo). E non è detto che l’ultimo, perché meno noto, sia quello con minori chance: l’abbassamento dei costi di trasporto ha costituito una vera e propria rivoluzione sociale, trasformando in viaggiatori masse di persone che un tempo sarebbero restate stanziali perché spostarsi era un costo precluso ai più.

Viaggiano le persone, le informazioni e le merci. La globalizzazione ha attivato interdipendenze fra le nazioni del mondo e ha avuto influssi rilevanti, in positivo e in negativo, sull’economia, la società, la politica, la cultura, i costumi. La tecnologia ha velocizzato questo processo e ci ha dato quasi un senso d’onnipotenza: con un click si è in contatto col mondo intero. La delocalizzazione dei processi produttivi, in toto o in alcune fasi, e la crescente standardizzazione dei prodotti hanno contribuito all’affermazione delle multinazionali. Se ciò sia un bene o un male è oggetto di discussione. Si va dagli schieramenti liberisti, secondo i quali la globalizzazione conterrebbe in sé la soluzione alla povertà del terzo mondo, a quelli no-global per cui causerebbe invece un impoverimento ulteriore dei Paesi poveri.

«Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro (…) I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse (…) rendono difficile il lavoro di quanti, a ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale». Sono affermazioni di papa Benedetto XVI pronunciate durante la Messa dell’Epifania 2008. E ancor più duro è stato il suo successore papa Francesco, che a Lampedusa ha citato la “globalizzazione dell’indifferenza” parlando della tragedia dei migranti che muoiono in mare. Fa effetto che, nella nostra era in cui la politica è sempre meno in voga, a dare l’allarme sui problemi sociali della globalizzazione siano soprattutto due pontefici romani.

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