Posted On 10 Aprile 2016 By In Archivio Magazine With 88 Views

Speciale Technology & Innovation

Invenzioni, applicazioni, processi ed effetti dell’evoluzione che non si ferma

The Procurement Magazine anno 2 n.2 Aprile – Maggio 2016

L’editoriale

Il dovere dell’innovazione

di Giulio Carloni

I proverbi sono in genere piuttosto conservatori. Si va dal vagamente inquietante “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, non sa quello che trova” al possibilista “Assaggia il nuovo e il vecchio, e attieniti al migliore”, ma un grande trasporto per l’innovazione non traspare mai. Credo che il motivo vada cercato nel fatto che ogni percorso d’innovazione corrisponde a un fenomeno di rottura di abitudini consolidate e di riformulazione di pratiche che saranno pienamente accettate quando anch’esse saranno diventate routine. Paolo Jedlowski, sociologo e direttore di Ossidiana, Osservatorio sui processi culturali e la vita quotidiana, ne ha scritto più volte, notando come la stabilizzazione coincida proprio con la banalizzazione della tecnologia che si fa “trasparente”, non viene più percepita come novità ma è data per scontata tanto da diventare naturalmente parte della vita di chi ne fruisce. La collettività, insomma, si appropria della nuova tecnologia facendone uno strumento corrente di problem solving, l’innovazione converge nella routine, e ciò avviene sia a livello individuale, sia a livello sociale. Fra l’altro, non si può dire che si tratti di un processo “neutro”, a prescindere dai contenuti valoriali. Alcuni parlano di tecnologia dolce quando privilegiano per esempio il rapporto fra uomo e natura, fra società e tutela dell’ambiente, mentre chi persegue come priorità l’efficienza economica tenderà ad argomentare i temi della tecnologia avanzata. Perché una cosa è certa: le innovazioni sociali non corrispondono a nuove soluzioni di problemi di ordine tecnico, ma da sempre a nuove modalità sociali di utilizzazione delle tecniche, o a nuove definizioni degli obiettivi cui le tecniche sono finalizzate. L’etimologia dello stesso nome tecnologia lo manifesta: viene dal greco antico tékne- loghìa, cioè discorso sul saper fare.

La scienza, insomma, evidenzia alla società tutto quel che si può sapere su un dato argomento, ma è la tecnologia che dice quel che serve sapere per agire e modificare lo status quo. In pratica, insomma, la scoperta diventa innovazione quando si capisce quali sono i risultati di un determinato procedimento, quali sono le sue implicazioni funzionali e operative: quando sapere e fare si raccordano creando nuovi parametri.

Finalizzati al bene comune? Non sempre. Basti pensare alla scoperta delle armi da fuoco o a quella delle bombe nucleari. Spesso però sì. Il mito di Prometeo dà conto delle valenze del fuoco per riscaldare gli inverni e per preparare i cibi, la ruota ha sicuramente rappresentato una svolta epocale per il trasporto di persone e cose, la stampa prima, il telefono poi hanno completamente cambiato il modo di comunicare.

Per non parlare del web, che non solo attiene alla comunicazione ma a tutti gli aspetti della vita quotidiana: dal banking alle assicurazioni, dall’acquisto di viaggi al confronto su argomenti clou, la rete e i social network hanno letteralmente stravolto la situazione precedente. Una ricerca di McCann, pubblicata nel 2015 ed effettuata su 7000 giovani da tutto il mondo ha chiesto agli intervistati se sarebbero disposti a sacrificare uno dei loro sensi pur di mantenere la tecnologia presente nelle loro vite. Il 53% dei giovani tra i 16 e i 22 anni, e il 48% dei giovani tra i 23 e i 30 anni, ha risposto che rinuncerebbe all’olfatto pur di mantenere una qualche abilità nell’interagire con la tecnologia. Mai più senza, insomma.

Perché non c’è alternativa: chi si chiama fuori, rischia di perdere contatto con la realtà del nostro tempo.

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