Posted On 14 Dicembre 2017 By In Sostenibilità With 1193 Views

Bureau Veritas: La sostenibilità nella supply chain

Sostenibilità come volano di cambiamento sociale ed economico. Lo scorso 18 ottobre, The Procurement ha affrontato le tematiche green in occasione del suo Sustaianable Procurement Summit ’17, potendo contare su speech interessanti che hanno saputo proporre spunti e idee verso scenari sempre più sostenibili.

Di seguito, vi proponiamo l’intervento di Monica Riva, ‎Environmental Sustainability Manager di Bureau Veritas Italia S.p.A.,  realizzato nel corso di uno dei tre terzo focus group, proposti ai

partecipanti, tenuto da  Linea Optima, Print Management Company, che supporta Marketing e Procurement nella gestione dei fornitori e nell’ottimizzazione degli acquisti.

Quello della “sostenibilità” si sta gradualmente imponendo come un tema di cruciale importanza, sia per le organizzazioni pubbliche e private, sia per i comuni cittadini.

Sta progressivamente crescendo la consapevolezza della necessità di ridurre gli impatti ambientali e sociali delle attività umane, al fine di permettere uno “sviluppo che sia in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni” (come recita la celebre definizione contenuta nel rapporto che Gro Harlem Brundtland, Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, ha presentato nel 1987 su incarico delle Nazioni Unite).

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Figura 1 – L’immagine illustra in maniera semplice ma efficace come lo sviluppo, per essere sostenibile, non possa considerare soltanto gli aspetti economici delle attività umane, ma debba necessariamente tenere in debito conto anche quelli ambientali e sociali.

La parola “sostenibilità” è tuttavia spesso abusata, o utilizzata in contesti impropri; pertanto, le organizzazioni come i singoli cittadini, si trovano spesso in difficoltà nel capire come poter concretamente “fare sostenibilità” all’interno del contesto sociale, economico ed ambientale in cui agiscono, e come poterla comunicare in modo corretto.

Nel corso degli ultimi anni sono stati predisposti molte norme tecniche internazionali che possono supportare aziende pubbliche o private a rendere più sostenibili le proprie attività.

Uno degli strumenti più utili per un’analisi dettagliata degli impatti ambientali di un prodotto o servizio, è lo “studio di ciclo di vita” (in sigla inglese LCA, Life Cycle Assesment), normato dagli standard ISO 14040 e 14044.

Un LCA identifica e quantifica gli impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto/servizio, cioè dall’estrazione delle materie prime fino al termine della vita utile (discarica, riuso, riciclo), considerando altresì tutte le fasi intermedie di produzione, trasporto, distribuzione e utilizzo (con un approccio che viene definito “from cradle to grave”, cioè “dalla culla alla tomba”).

Lo scopo ultimo di tale metodologia è quello di contribuire, attraverso informazioni quantitative affidabili e verificabili, ad indirizzare le scelte di imprenditori, uomini politici, fruitori di beni e servizi verso soluzioni che riducano gli impatti ambientali, nel tentativo di disaccoppiare, per quanto possibile, la crescita economica dal degrado dei sistemi naturali. Alcuni possibili usi dei risultati di studi LCA, quali le etichettature ecologiche, si configurano quali modalità indirette, mediate dai meccanismi di mercato, per il perseguimento di tale finalità (norme ISO 14020, ISO 14021, ISO 14024, ISO 14025).

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Figura 2 – Schematizzazione delle varie fasi di vita di un prodotto, “dalla culla alla tomba”, oggetto di uno studio LCA

In questo contesto è sicuramente utile citare anche le Linee Guida ISO 26000, pubblicate il 1° Novembre 2010, dopo anni di lavoro sulla scena internazionale, che costituiscono la raccolta più completa e condivisa di principi e buone pratiche in materia di Responsabilità Sociale e offrono uno strumento articolato di benchmark.

Come in molti altri Paesi, anche i legislatori italiani hanno individuato le norme tecniche, e le certificazioni ad esse associate, quale strumento importante ai fini di favorire una crescita economica maggiormente sostenibile.

Il “Green Public Procurement” (GPP, o “Acquisti Verdi” in italiano), costituisce un importante strumento a disposizione delle Pubbliche Amministrazioni ai fini dell’attuazione di politiche di sviluppo sostenibile, in quanto permette di integrare criteri di carattere ambientale nelle procedure di acquisto di beni e servizi. Tale strumento, di natura volontaria, incoraggia lo sviluppo di un mercato di “prodotti ecologici”, a minore impatto ambientale.

Il “nuovo Codice Appalti” (D. Lgs. n. 50/2016) ha introdotto novità molto significative in merito al GPP, rendendo obbligatori i Criteri Ambientali Minimi (CAM), secondo le diverse soglie, e riconoscendo alle certificazioni un ruolo di assoluto rilievo.

Le Pubbliche Amministrazioni che intendano acquistare forniture o servizi con specifiche caratteristiche ambientali, sociali o di altro tipo, possono infatti richiedere un’etichettatura o una certificazione specifica come mezzo di prova che tali forniture/servizi rispondano alle caratteristiche richieste.

Tra i criteri presenti nei CAM pubblicati, il contenuto di riciclato è uno dei criteri richiesti in modo trasversale. A disposizione dell’azienda per garantire la percentuale di materiale riciclato vi è la certificazione Remade in Italy. Con la pubblicazione del decreto dell’11 gennaio 2017, la certificazione Remade in Italy viene infatti espressamente inserita all’interno di tre CAM: Edilizia, Arredo urbano e Tessili.

Questo schema rappresenta la prima certificazione accreditata, attestante il quantitativo di materiale riciclato, espresso in termini percentuali, all’interno di materie prime, semilavorati e di prodotti finiti. L’attestazione del contenuto di riciclato viene fornita grazie ad un sistema di tracciabilità e bilancio di massa che costituisce il cuore della certificazione Remade. Il sistema di tracciabilità permette di qualificare e di tenere sotto controllo i fornitori ed eventuali subappaltatori coinvolti nel processo produttivo. Inoltre consente di tracciare il prodotto finito fino al momento in cui il prodotto lascia il sito produttivo. Lo schema prevede il rispetto di criteri che sono analoghi a quelli di un sistema classico di sistema di gestione (riesame della direzione, audit interni, formazione…) e criteri tipici di una certificazione di prodotto quali ad esempio il controllo dei fornitori e la tracciabilità dello stesso.

Per concludere possiamo quindi affermare che sono molti gli strumenti a disposizione delle organizzazioni e dei cittadini per migliorare i propri impatti ambientali e quindi la qualità della vita della comunità.

 

Monica Riva

‎Environmental Sustainability Manager di Bureau Veritas Italia S.p.A..

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