Posted On 15 Aprile 2020 By In Sostenibilità With 350 Views

Cosa imparare dal Coronavirus per affrontare il climate change

Cosa imparare dal Coronavirus per affrontare il climate change

A detta di McKinsey & Company, il coronavirus ci può insegnare come affrontare il climate change. Nell’articolo “Addressing climate change in a postpandemic world” la società di analisi sembra suggerire proprio questo, sottolineando che la soluzione potrebbe essere la creazione di una maggiore resilienza economica e ambientale nella fase di pianificazione della ripresa post-pandemia. 

Nonostante da due mesi non si parli di altro se non di coronavirus, poco prima che tutto questo iniziasse, l’attenzione dei governi e dell’Unione europea stessa era rivolta alla questione del Climate Change, tanto che si parlava di Green deal e molte aziende avevano messo in campo azioni concrete e inserito la sostenibilità nella propria strategia di business. 

Tutto ciò non deve cambiare. Al contrario, l’attenzione per il climate change deve necessariamente rimanere alta per almeno il prossimo decennio. La transizione verso un futuro a basse emissioni di carbonio e gli investimenti in infrastrutture resilienti al clima possono generare anche posti di lavoro nel breve termine, aumentando la resilienza ambientale ed economica. Questa è un’opportunità che non si dovrebbe perdere e secondo McKinsey & Company, le aziende dovrebbero interrogarsi su quali lezioni si possono trarre dal coronavirus per il cambiamento climatico e quali implicazioni – positive o negative – potrebbe avere la nostra risposta al Covid-19 per le azioni sul clima. 

Cosa hanno in comune il coronavirus e il climate change?

Le pandemie e il rischio climatico sono entrambi shock fisici che si traducono in impatti socio-economici e per essere risolti è necessario comprendere le cause fisiche sottostanti. In questo senso una crisi climatica potrebbe essere paragonata alla pandemia che stiamo vivendo oggi. In entrambi i casi si vivrebbero shock esogeni alla domanda e all’offerta e l’interruzione delle catene di approvvigionamento.

Ma hanno anche molti altri aspetti in comune: sono sistemici, si propagano velocemente in un mondo interconnesso, non sono stazionari e lineari e con un impatto socio-economico sproporzionato e in alcuni casi catastrofico. A questo si aggiunge il fatto di essere entrambi moltiplicatori di rischio, regressivi ma non definibili come “cigno nero” da momento che gli esperti hanno costantemente messo in guardia contro entrambi nel corso degli anni. Nel cambiamento climatico come nelle pandemie, i costi di una crisi globale sono destinati a superare ampiamente quelli della sua prevenzione ed è per questo che è fondamentale un coordinamento e una cooperazione globali. 

Le differenze

McKinsey & Company ha anche evidenziato le differenze tra il coronavirus e il cambiamento climatico. La prima grande differenza è l’arco temporale in cui si realizzano gli effetti e le conseguenze. Una crisi globale per la salute presenta pericoli imminenti e direttamente riconoscibili mentre i  rischi del cambiamento climatico sono pericoli graduali, cumulativi e spesso distribuiti nel tempo. A proposito di tempo, le tempistiche sia dell’occorrenza sia della risoluzione delle pandemie e dei pericoli per il clima sono diversi. Se primi sono misurati in settimane, mesi e anni, i secondi in anni, decenni e secoli. Una crisi climatica globale potrebbe essere molto più lunga e molto più dirompente rispetto al coronavirus e causa rischio di accumulo, ovvero una maggiore probabilità di eventi gravi, contemporanei ma non direttamente correlati che possono rafforzarsi a vicenda.

Al tempo stesso però sembra che queste due crisi possano essere anche direttamente relazionabili. Un’impennata delle temperature per esempio potrebbe creare condizioni favorevoli per malattie infettive trasmesse dalle zanzare, come la malaria e la dengue. Al contrario invece la mitigazione dei rischi ambientali con azioni come l’ottimizzazione dei consumi, riduzione e localizzazione delle catene di approvvigionamento e diminuzione dell’inquinamento, potrebbe contribuire a ridurre il rischio di pandemie. L’impatto ambientale di alcune delle misure adottate per contrastare la pandemia di coronavirus è decisamente positivo: le immagini satellitari dell’inquinamento in via di estinzione in Cina e in India durante il blocco COVID-19 sono un esempio emblematico.

Cosa si può fare per il climate change?

I governi in primis, secondo McKinsey & Company, dovrebbero sviluppare la capacità di modellare il rischio climatico e di valutare l’economia dei cambiamenti climatici, dedicare una parte delle vaste risorse impiegate per la ripresa economica alla resilienza e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, rafforzare l’allineamento e la collaborazione nazionali e internazionali in materia di sostenibilità, poiché le risposte interne e frammentarie sono per natura incapaci di risolvere problemi sistemici e globali. Le aziende dal canto loro potrebbero devono cogliere l’opportunità per  la decarbonizzazione, in particolare dando la priorità al pensionamento di attività economicamente marginali e ad alta intensità di carbonio. In secondo luogo, adottare un approccio sistematico e continuo per costruire la resilienza.

 Una priorità importante è la capacità di comprendere veramente, qualitativamente e quantitativamente, le vulnerabilità aziendali rispetto a una serie molto più ampia di scenari, e in particolare a eventi fisici. Il momento per integrare il pensiero e la pianificazione necessari per costruire una resilienza economica e ambientale è arrivato. 

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