Posted On 22 Giugno 2022 By In Sostenibilità With 49 Views

La finanza “verde” e lo spettro del greenwashing

Il mondo della finanza “verde” negli ultimi anni ha raggiunto una capitalizzazione di mercato pari a quasi tremila miliardi di dollari. Le principali direttrici a guidare gli investimenti in questo campo sono quelle legate alle linee guida ESG.

L’acronimo ESG risale al 2004, quando un rapporto commissionato dall’Onu chiedeva una “better inclusion of environmental, social and corporate governance (ESG) factors in investment decisions”. Sulla scia di scandali aziendali come quelli di Enron e WorldCom, e a seguito della fuoriuscita di petrolio della Exxon Valdez, le istituzioni finanziarie hanno firmato con entusiasmo il “global compact” dell’Onu per adottare politiche sostenibili e una maggiore responsabilità sociale di impresa. Ma questa sigla ci ha messo parecchi anni a diventare comune.

Con l’aumento d’importanza dei criteri ESG, soprattutto durante la pandemia, crescono anche le attenzioni regolatorie delle autorità. La Securities and Exchange Commission (SEC) sta monitorando i fondi di investimento con attributi come “low carbon”, “ESG” o “sostenibile” cercando di promuovere maggiore trasparenza, indagando su come i fattori ESG sono incorporati negli investimenti e su come votano le assemblee societarie.

Indagini in corso

A fine maggio la polizia tedesca, su segnalazione della Sec e su mandato dei funzionari BaFin e dei pubblici ministeri, ha fatto irruzione a Francoforte nella sede di Dws Group, il principale asset manager tedesco controllato per l’80% da Deutsche Bank accusato di aver gonfiato i numeri degli investimenti ESG e di greenwashing. L’ex chief sustainability officer di Dws, Desiree Fixler, diventata whistleblower, ha portato le autorita ad indagare sull’azienda per cui lavorava. L’accusa è di aver dichiarato nel rapporto annuale per il 2020 (uscito nel 2021) che oltre metà dei 900 miliardi di dollari sotto la sua gestione rispettavano criteri ESG, quando in realtà non era così. L’agosto scorso, a seguito delle accuse di Fixler a Dws di aver gonfiato le cifre, l’azienda ha modificato gli stessi criteri di riferimento, e nel rapporto per il 2021 i miliardi di investimenti che rispettavano quei criteri è sceso a 115.

Già lo scorso anno la SEC aveva avvertito gli investitori di aver riscontrato che alcune partecipazioni ai fondi sono dominate da società con punteggi ESG bassi, nonostante l’impegno a selezionare società con buoni risultati. A maggio di quest’anno SEC ha multato di 1,5 milioni di dollari la sezione di consulenza sugli investimenti della Bank of New York Mellon Corp. dopo che da un’indagine è emerso che l’azienda non ha rivelato che alcuni investimenti non sono stati sottoposti a screening adeguati in ottica ESG. Attualmente SEC sta indagando anche sull’asset management ESG di Goldman Sachs: il Wall Street Journal scrive che Goldman Sachs gestisce anche fondi con etichetta ESG focalizzati su azioni internazionali e dei mercati emergenti, dove è necessaria maggiore trasparenza.

Le autorità di regolamentazione hanno espresso preoccupazione sul fatto che non esistendo norme definite, ed è oggi ancora facile apporre l’etichetta ESG a fondi e investimenti senza che tengano davvero conto di sostenibilità, impatto sociale e buona governance.

Le azioni europee per gli investimenti sostenibili

Il rischio è che, a volte, sotto l’involucro della sostenibilità si nascondano anche investimenti meno “puliti” di quanto i risparmiatori credano. Come afferma un’inchiesta di IrpiMedia ciò accade anche in Italia nelle principali Società di Gestione del Risparmio (SGR) come Generali e Intesa San Paolo – che opera in questo campo attraverso l’asset manager Eurizon. Ma poche società di investimento sono state punite sino ad ora per il “greenwashing” o per aver gonfiato eccessivamente le credenziali ESG degli investimenti.

La European Securities and Markets Authority (ESMA), organismo di controllo dei mercati europei ha affermato che in uno scenario ideale si dovrebbe affrontare il greenwashing sulla base di un insieme completo di regole che fissano limiti al comportamento del mercato e alle pratiche non consentite. Nel documento che copre i lavori previsti fino al 2024, i punti fondamentali sono infatti: contrastare il greenwashing e promuovere la trasparenza; migliorare l’efficacia delle Autorità nazionali competenti (ANC) e della stessa ESMA; monitorare, valutare e analizzare i mercati e i rischi legati all’ESG.

A tal proposito, a marzo 2021 sono diventati operativi i primi obblighi del regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (SFDR), parte di un piano d’azione più ampio che ha lo scopo di riorientare i capitali verso investimenti sostenibili maggiormente regolamentati.

Tentativi di definizione

L’SFDR è importante anche perché prova a risolvere il problema della definizione. Il regolamento infatti contiene una definizione di “investimento sostenibile” (art. 2, 17) e impone norme comuni a diverse categorie di operatori finanziari sulla divulgazione di informazioni sui temi di sostenibilità. Secondo il regolamento, gli operatori e i consulenti finanziari devono comunicare dati su come tengono in considerazione i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) su due livelli: nei processi che seguono per prendere le decisioni d’investimento e in tutti i prodotti finanziari che vendono sui mercati dell’Unione europea. Sempre IrpiMedia rileva che la nuova classificazione dei fondi in base al livello di integrazione dei criteri di sostenibilità nella strategia di investimento dell’SFDR ha avuto però l’effetto collaterale di aumentare esponenzialmente il numero di prodotti considerati sostenibili, il che pone dei dubbi sulla effettiva volontà ed efficacia di controllo delle autorità competenti.

I regolamenti e le indagini, per quanto necessari, potrebbero disincentivare gli investimenti basati su criteri normativi ESG. Tuttavia, più che eliminare parte di questi criteri come consiglia qualcuno, resta necessario definirli nel dettaglio per evitare eccessiva confusione e anarchia. L’auspicio è che una definizione omogenea e delle prese di responsabilità più serie, da parte dei fondi nella comunicazione dei propri asset davvero ESG e da parte degli investitori con scelte davvero sostenibili ed etiche che scongiurino l’alto rischio di greenwashing.

 

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