Posted On 18 Maggio 2020 By In Sostenibilità With 265 Views

La plastica biodegradabile inquina?

bottiglia di plastica biodegradabile

La green economy e l’attenzione nei confronti dell’ambiente negli ultimi anni hanno ricoperto un ruolo centrale non solo a livello aziendale ma anche a livello politico. Per troppo tempo la plastica ha inquinato il nostro Pianeta e molte realtà hanno deciso di dire basta e di rimboccarsi le maniche per fare qualcosa di positivo nei confronti dell’ambiente. Una soluzione sostenibile potrebbe essere la plastica biodegradabile che secondo alcuni ricercatori non inquinerebbe grazie all’azione di determinati batteri. Scopriamo perché.

Diverse aziende e biologi stanno sperimentando tecniche di riciclo sempre più precise dal momento che i rifiuti, soprattutto la plastica, stanno prendendo il posto dei nostri oceani e delle nostre terre. Questo perché è il materiale preferito dalle grandi aziende per confezionare non solo alimenti ma anche oggetti di ogni tipologia. E se quel cibo confezionato nella plastica  diventasse esso stesso una plastica biodegradabile?

 

 

Dal cibo ai batteri fino alla plastica biodegradabile 

Alcune ricerche di settore si sono focalizzate sui rifiuti alimentari dimostrando che da questi è possibile ottenere una plastica biodegradabile dalla quale realizzare materiali 100% compostabili. Dalle bucce della frutta all’olio di frittura, le materie prime non saranno più sprecate ma al contrario verrà loro donata una seconda vita in qualità di imballaggi e stoviglie. 

Le bioplastiche di cui stiamo parlando si chiamano PHA (poliidrossialcanoati) e nascerebbero dal processo di digestione di diverse colonie di batteri. Si tratta di polimeri poliesteri termoplastici sintetizzati da vari generi di batteri (Bacillus, Rhodococcus, Pseudomonas, etc…) attraverso la fermentazione di zuccheri o lipidi. In particolari condizioni di coltura come l’assenza di azoto, fosforo e zolfo, i batteri accumulano queste sostanze sotto forma di granuli che arrivano anche fino al 90% del peso secco della massa batterica. Dopo che i batteri hanno immagazzinato tutti questi granuli, sarà possibile “estrarli” in modo da dare vita alla plastica biodegradabile.

Dibattito in corso: vantaggi e svantaggi

Oltre a possedere una bassa permeabilità all’acqua, la plastica biodegradabile ha un’alta resistenza termica. La sua degradazione, a differenza della plastica tradizionale è molto veloce: appena un anno in ambiente marino o terreno. 

Sono sempre di più le aziende che si stanno attrezzando in questo senso e ciò è anche merito di un’aumentata consapevolezza sull’importanza della sostenibilità dell’ambiente. Il fatto che i rifiuti in bioplastica abbiano tempi di degradazione decisamente più rapidi rispetto a quelli in plastica tradizionale ne decreta un impatto ambientale decisamente inferiore. 

Un aspetto centrale riguarda anche la loro produzione: le bioplastiche realizzate da risorse rinnovabili, come le biomasse, non hanno il problema dell’esaurimento della materia prima. 

Ma dopo averle elogiate, parliamo anche degli svantaggi. Un’inchiesta di Altroconsumo aveva sottolineato il fatto che se il settore della plastica biodegradabile fosse maggiormente sfruttato, ne conseguirebbe uno sfruttamento eccessivo delle coltivazioni, per esempio di mais, e ciò porterebbe a un calo nella produzione di alimenti e di cibo.

Da considerare inoltre sono i costi di produzione al momento più alti rispetto a quelli relativi alla produzione di plastiche convenzionali. Ma a parte tutto questo, molti ritengono che oltre al vantaggio della decomposizione, in realtà anche le bioplastiche non siano del tutto sostenibili: l’inquinamento da trasporto delle biomasse rappresenta un grande problema.

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