Posted On 7 luglio 2016 By In Sostenibilità With 661 Views

La Sostenibilità: strumento di business e di riduzione dei rischi per le imprese

Articolo presente sul magazine “The Procurement” (Anno 2 Numero 1) a cura di Paolo Fabbri. –  Il notevole sviluppo degli strumenti di sustainable management nelle aziende, nonostante la crisi economica degli ultimi anni, dimostra che la sostenibilità è diventata un vero e proprio “paradigma di business[1] .

La corporate sustainability, in un mercato sempre più globalizzato, può rappresentare un vantaggio competitivo in termini di consolidamento della reputazione aziendale nei confronti degli stakeholder (clienti, fornitori, istituzioni pubbliche, comunità locale, associazioni no profit ecc.) e uno stimolo all’innovazione.

Tale approccio implica che, rispetto alle alternative disponibili, si scelgano le soluzioni che comportano una riduzione degli impatti ambientali e/o sociali correlati a tutte le attività aziendali.

Molte aziende sono riuscite nell’intento, utilizzando i singoli strumenti di sostenibilità (EMAS, ISO 14001, SA 8000, Ecolabel, ISO 26000, ecc.) come input per sviluppare un approccio strategico e integrato che ha portato alla riduzione dei rischi derivanti dalla interazione con l’ambiente e con il “contesto sociale” in cui un’azienda opera.

Quali sono i rischi che la corporate sustainability può ridurre?

Secondo la nuova norma ISO 14001:2015, un’azienda deve pianificare il proprio sistema di gestione ambientale in modo da identificare, valutare e ridurre i rischi dovuti agli impatti ambientali generati in situazioni ordinarie e d’emergenza. La gestione aziendale quindi deve considerare rischi e opportunità associati agli impatti ambientali negativi (minacce) o impatti ambientali positivi (opportunità).

Quello che emerge dall’analisi del nuovo standard è che il concetto di rischio non va inteso solo come rischio ambientale ma tende ad ampliarsi, chiamando le aziende a sviluppare approcci finalizzati a ridurre:

  • i rischi derivanti dalla violazione della normativa ambientale (sanzioni penali, perdita della certificazione, sospensione dell’attività, ecc.) anche alla luce della recente entrata in vigore in Italia della Legge 68/2015 sugli “Ecoreati” secondo la quale un’azienda dovrà garantire non solamente la conformità “formale” alle norme, ma anche dimostrare di tutelare e proteggere “i beni ambientali” nel tempo;
  • gli impatti associati al business aziendale.

In base a questo approccio quindi la valutazione e la gestione dei rischi legati al management aziendale diventa un presupposto imprescindibile per l’implementazione di azioni efficaci in termini sia di prevenzione che di mitigazione degli impatti.  L’introduzione del risk management nella nuova ISO 14001: 2015 aumenta le possibilità di integrazione con altre norme ISO in particolare la ISO 9001 (relativa alla gestione della qualità) e la ISO 26000 (relativa alla responsabilità sociale d’impresa).

In quest’ottica, la gestione del rischio ambientale non deve essere intesa solo come la riduzione degli impatti ambientali ma anche come elemento chiave per la reputazione e il consolidamento nel mercato di un’azienda e quindi come presupposto per assicurarne il successo durevole in una prospettiva di responsabilità sociale[2].

In tale contesto, si può parlare quindi di rischio reputazionale che può essere definito come rischio che deriva dalla reputazione negativa di terzi (clienti, controparti, azionisti, investitori, autorità) verso un’impresa. Tale percezione può influenzare negativamente la capacità dell’azienda di mantenere e/o accrescere la base dei clienti oltre che mantenere le fonti di approvvigionamento. In questo caso il danno non incide sulle prestazioni ambientali dei prodotti o dell’azienda ma sulla perdita di fiducia nei confronti della stessa; tutto ciò si traduce in termini di potenziale perdita di competitività e di rischio di contrazione dell’attuale quota di mercato (rischio di mercato). L’azienda dovrà quindi gestire in modo corretto anche le proprie politiche di marketing e comunicazione al fine di caratterizzarsi sul mercato in modo chiaro e inequivocabile per le proprie prestazioni ambientali. Negli ultimi anni infatti si sta diffondendo il cosiddetto greenwashing (letteralmente “lavarsi col verde”), cioè quel fenomeno in base al quale le aziende si attribuiscono impropriamente valenze di carattere ambientale che invece non spetterebbero loro. Una quota sempre maggiore di consumatori boicottano i prodotti e/o le aziende che sono state al centro di casi di greenwashing. Inoltre sempre più spesso le aziende, la grande distribuzione organizzata (GDO) e gli Enti Pubblici escludono dai propri fornitori quelle aziende che non danno adeguate e chiare garanzie sulle loro performance ambientali e/o sociali. In tutti questi casi il rischio reputazionale e quello di mercato “vanno a braccetto “.

La reputazione di un’azienda, inoltre, può essere minata da illeciti ambientali e/o per danni provocati da un comportamento negligente o colposo lungo la supply chain.

Come introdurre il risk management nella sustainable supply chain ?

La nuova ISO 14001 prevede che l’azienda sviluppi specifiche azioni di green supply chain management quali per esempio:

  • la definizione di criteri ambientali nelle politiche di acquisto di materie prime e di prodotti/servizi (criteri di esclusione di materiali a elevato impatto ambientale; criteri di acquisto di materie prime provenienti dalle filiere del riciclo, ecc.);
  • l’adozione di azioni di incentivazione di tipo contrattuale (per esempio politiche di prezzo vincolate a prestazioni ambientali; ripetibilità delle forniture in funzione del punteggio raggiunto nel rating di sostenibilità adottato, ecc.);
  • la definizione di clausole contrattuali, per esempio in relazione alle modalità operative di consegna delle merci a basso impatto ambientale.

Per quel che riguarda invece gli aspetti propri della responsabilità sociale d’impresa, il recente aggiornamento dello standard per la certificazione della Responsabilità Sociale SA 8000 (Social Accountability) si articola su un approccio basato sulla valutazione dei rischi aziendali in materia sociale e prevede la necessità di attuare un piano di azioni coerenti con la sfera di influenza dell’azienda. Tale impostazione vede la sua concreta realizzazione mediante lo sviluppo di un sistema di valutazione dei fornitori che permette all’azienda di individuare – ed eventualmente escludere – i fornitori più critici in termini di non rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori (rispetto dei diritti umani, tutela contro lo sfruttamento dei minori, garanzie di sicurezza e salubrità sul posto di lavoro).

Il sistema di valutazione e di misurazione dei rischi nella catena dei fornitori permette all’azienda di sviluppare un approccio integrato delle tematiche sociali con quelle ambientali, nonché dei rischi operativi, reputazionali e di mercato.

[1] Elkington, 1997; Edwards, 2005

[2] Iraldo, 2015