Posted On 7 Marzo 2019 By In Sostenibilità With 124 Views

Lotta alla schiavitù nelle supply chain: l’Asia è pronta?

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Sempre più Stati stanno emanando leggi per regolare i comportamenti delle aziende

Più di 40 milioni di persone sono vittime della schiavitù ai giorni nostri, più che in qualsiasi altro periodo nella storia, riferisce un articolo del Guardian. Due terzi di queste sono in Asia e la maggior parte lavora in settori profondamente connessi con le supply chain globali. Oggi una persona è considerata schiava, secondo la definizione del gruppo Anti-Slavery International, se è obbligata a lavorare contro la propria volontà, è posseduta o controllata da uno sfruttatore o “datore di lavoro”, ha limitata libertà di movimento, oppure è disumanizzata, trattata come una merce o comprata e venduta come una proprietà.

Sta però crescendo un movimento internazionale che richiede alle aziende di rendere conto dei diritti umani e la trasparenza delle supply chain è il nuovo fronte di questa battaglia. Melissa Chong traccia un quadro della situazione in un articolo riportato da InAsia, blog di The Asia Foundation.

È stata fatta molta strada dal 2010, quando sono state emanate le linee guida volontarie UN Guiding Principles on Business and Human Rights (Ungp), mettendo fine ad anni di stallo internazionale nell’ambito della responsabilità d’azienda. Si sta entrando in un territorio inesplorato, poiché i governi nazionali stanno richiedendo uno dopo l’altro alle aziende la trasparenza sui diritti umani nelle supply chain. Al 2018, otto paesi del G20 hanno approvato una legge per combattere la schiavitù nelle supply chain.

Il primo è stato il pionieristico Modern Slavery Act 2015 del Regno Unito, primo in Europa e secondo nel mondo dopo il California Transparency in Supply Chains Act 2010. Un anno dopo, la Francia ha approvato la Duty of Vigilance Law, mentre l’Australia ha emanato il Modern Slavery Act 2018, effettivo dal 2019, che copre un numero stimato di 3mila società nel paese.

Leggi simili sono già in vigore in Olanda, negli Stati Uniti e in Unione europea. Il Canada e Hong Kong potrebbero unirsi presto. Si tratta di un movimento per ora diffuso prevalentemente in Occidente, ma l’Asia potrebbe essere la prossima. Questo mese, la Tailandia ha rilasciato per un commento pubblico la stesura finale del suo National Action Plan on Business and Human Rights (Nap), avviato dopo le accuse di schiavitù nel settore della pesca che hanno scosso il paese nel 2013. Anche l’India emanerà la prima stesura del suo Nap questo mese e l’Indonesia sta iniziando il proprio.

Alle Nazioni Unite sono in corso negoziazioni per un trattato vincolante che richieda ai governi di regolamentare le attività delle aziende con le leggi sui diritti umani. La prima stesura, rilasciata a luglio 2018, chiede agli Stati di rendere il rispetto dei diritti umani un prerequisito per poter fare business. Tra gli argomenti discussi, c’è stata l’opportunità di rimuovere la distinzione tra società controllanti e controllate, per via della perenne difficoltà nell’applicare le leggi nazionali per prevenire gli abusi aziendali che spesso avvengono al di fuori del territorio.Diversamente da altri tentativi simili, ci sono le premesse perché questo abbia successo, afferma il professor Surya Deva, rappresentante per l’Asia-Pacifico al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle aziende e i diritti umani. Questo in primo luogo perché gli Ungp sono ora ampiamente accettati, inoltre gli Stati oggi si rendono conto che i cattivi comportamenti delle aziende portano esiti negativi, che sia l’evasione fiscale, l’interferenza nel processo democratico o cause lunghe ed estenuanti. Infine, una mobilitazione senza precedenti della società civile continua a fare pressione sugli Stati perché fermino i comportamenti scorretti delle aziende.

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