Posted On 17 Marzo 2020 By In Sostenibilità With 389 Views

Parola della settimana: pandemia

la parola della settimana

 Il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus,  mercoledì 11 marzo non ha avuto più esitazioni. Se nelle prime settimane si era ancora scettici su come definire le conseguenze e impatti del coronavirus sul mondo, ora non si hanno più dubbi. Quello che stiamo vivendo nel 2020 in questi giorni è una pandemia. Una parola che si è soliti vedere in film post apocalittici e leggere sui manuali di storia quando ci si rivolge alla febbre spagnola, all’influenza asiatica del 1957 e alla peste nera del Trecento. Un qualcosa di astratto che non avremmo mai pensato che sarebbe potuto succedere a noi, nel 2020. Eppure siamo qui a doverne affrontare un’altra. 

Pandemia deriva dal greco pan-demos  – tutto il popolo – e si riferisce alla velocità di espansione e al numero sempre più crescente di paesi coinvolti. Il direttore dell’OMS ha affermato in data 11 marzo 2020:  “il numero di casi di COVID-19 al di fuori della Cina è aumentato di 13 volte e il numero di paesi colpiti è triplicato, ci sono più di 118.000 casi in 114 paesi e 4.291 persone hanno perso la vita. Altre migliaia stanno lottando per la propria vita negli ospedali. Nei giorni e nelle settimane a venire, prevediamo che il numero di casi, il numero di decessi e il numero di paesi colpiti aumenteranno ancora di più. L’OMS ha valutato questo focolaio 24 ore su 24 e siamo profondamente preoccupati sia dai livelli allarmanti di diffusione e gravità, sia dai livelli allarmanti di inazione. Abbiamo quindi valutato che COVID-19 può essere caratterizzato come una pandemia. Pandemia non è una parola da usare con leggerezza o disattenzione.”

Durante il suo discorso non sono mancati gli apprezzamenti nei confronti delle azioni messe in campo da Iran, Repubblica di Corea e Italia nel cercare di contenere il virus, tre realtà che al momento sembrano essere state fortemente colpite e che hanno adottato misure drastiche anche dal punto di vista sociale ed economico, proprio come la Cina. 

Come stanno affrontando gli altri Stati questa pandemia?

Ha lasciato tutti di stucco la decisione iniziale del Primo Ministro inglese Boris Johnson di non chiudere le scuole e di raggiungere un’immunità di gregge ovvero lasciare che il virus continui il suo corso, cercando di rallentarlo e di distribuire nel tempo il picco dei casi. La speranza sarebbe stata quella di arrivare all’immunità entro l’estate.
Una decisione che genera perplessità anche perché gli stessi consiglieri inglesi hanno confermato che i casi positivi potrebbero assestarsi tra i 5mila e i 10mila e che nello scenario peggiore circa l’80% della popolazione potrebbe contrarre in coronavirus.
Ma a quanto pare Boris Johnson ci ha ripensato e oggi ha chiesto agli inglesi di rimanere a casa, prediligere lo smart working ed evitare di incontrarsi in pub e ristoranti.

Il Regno Unito fino a qualche giorno fa era il paese che aveva applicato le misure meno restrittive anche se a chi presentava febbre e tosse era stato consigliato vivamente di autoisolarsi. Secondo i consiglieri scientifici del governo britannico il picco non avverrà prima di tre mesi e forse per questo il Primo Ministro ha smesso di minimizzare il problema e ha deciso di rimboccarsi le maniche. 

Nelle ultime 24 ore in Inghilterra si sono verificati 171 nuovi contagi per un totale di 1.543 contagiati e 40 decessi. Ciò nonostante, la chiusura delle scuole non è stata ancora attuata anche se non si esclude. Un cambio repentino quello di Johnson probabilmente motivato dalla forte pressione dell’opinione pubblica alla luce del documento segreto redatto dal Public Health England (PHE). Secondo lo studio il Covid-19 potrebbe durare fino alla primavera del 2021 e potrebbe richiedere il ricovero di 7,9 milioni di pazienti. Per il momento il tampone sarà effettuato solo ai pazienti dell’ospedale, esclusi gli operatori sanitari. 

Mentre gli Stati Membri…

A differenza dell’Inghilterra la reazione dei paesi europei è stata immediata, a maggior ragione dopo che la pandemia si è estesa in tutta l’UE e la situazione italiana non è sembrata più così isolata. Spagna e Francia per esempio stanno piano piano chiudendo tutto, mano a mano che i numeri dei contagi aumentano e raggiungono le stesse cifre di quelle del Bel Paese. 

Ovviamente al momento i numeri italiani sono nettamente superiori a quelli degli altri stati. 

Il presidente spagnolo Pedro Sanchez ha annunciato sabato la quarantena in tutta la Spagna, chiudendo i negozi e limitando al minimo gli spostamenti. Allo stesso modo la Francia, tramite le parole del primo ministro Éduoard Philippe ha annunciato l’avvio di misure più drastiche, alla stregua di quelle adottate nella nostra Penisola.  Gli Stati Uniti hanno bloccato i voli anche da Regno Unito e Irlanda, oltre che dai Paesi Europei.

In Germania infine sono state applicate restrizioni sugli spostamenti e vietati assembramenti. L’Europa, Stato dopo Stato – anche se non allo stesso modo – sta rispondendo. Nelle prossime settimane si potranno avere dati più certi e capire se le azioni messe in campo stanno realmente limitando l’espansione del Coronavirus.

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