Posted On 9 Novembre 2022 By In News, Supply Chain With 60 Views

Chip war, le conseguenze per il commercio globale

Il 7 ottobre l’Ufficio per l’industria e la sicurezza (BIS), costola del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, ha annunciato l’inserimento di altre 31 entità cinesi nella lista delle aziende “non verificate” oltre a nuove restrizioni sull’export di tecnologia avanzata verso la Cina. Il ban interessa i chip informatici di fascia alta, la tecnologia necessaria a sviluppare e mantenere supercomputer e i macchinari utilizzati per la fabbricazione di semiconduttori avanzati con potenziali applicazioni militari e di controllo sociale.

Sono coinvolti sia i prodotti statunitensi che la componentistica fabbricata in altre parti del mondo se nel processo produttivo sono impiegati macchinari americani. Alle aziende e ai cittadini è stato vietato, inoltre, di fornire qualsiasi tipo di supporto diretto o indiretto agli impianti di produzione di semiconduttori in Cina.

Una strategia protezionistica

Con questa strategia, gli Stati Uniti hanno intenzione di impedire a Pechino di vincere la corsa al primato tecnologico. Il 12 ottobre l’amministrazione Biden ha pubblicato la sua prima National security strategy (Nss) sottolineando la politica industriale e la leadership tecnologica degli Stati Uniti. L’Nss ha evidenziato l’importanza di “una moderna strategia industriale che faccia investimenti pubblici nella forza lavoro americana e in settori strategici e catene di approvvigionamento, in particolare nelle tecnologie critiche ed emergenti come la microelettronica, l’informatica avanzata, le biotecnologie, le tecnologie energetiche pulite e le telecomunicazioni avanzate”.

Dopo aver colpito duramente Huawei con la Foreign Direct Product Rule, il Congresso sembra determinato a perseguire una politica di azione verso la Cina limitando tout court la sua influenza in quelle che ha etichettato come “tecnologie emergenti e fondamentali”: tra cui 5G, microelettronica e AI.

Chips Act e supply chain

Già nel 2021 l’amministrazione Biden aveva pubblicato un’importante revisione delle catene di approvvigionamento globali degli Stati Uniti, evidenziando la dipendenza dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Corporation (TSMC) per la produzione dei suoi chip d’avanguardia evidenziando la necessità di linee di approvvigionamento non cinesi. Il Chips and Science Act e i suoi 280 miliardi di dollari per stimolare la produzione nazionale sono stati la naturale risposta a questa necessità. I rami esecutivo e legislativo concordano su questa linea, che ha pressoché un favore bipartisan.

Tuttavia, l’attacco verso realtà cinesi legate anche ad aziende statunitensi ed europee presenta non pochi problemi per i produttori di tecnologie di fascia alta. Diverse aziende statunitensi, tra cui AMD, Nvidia e Intel, secondo il Financial Times, perderanno preziosi mercati di esportazione in Cina. E, come reazione, i produttori stranieri potrebbero rimuovere i componenti statunitensi dai loro prodotti per aggirare i divieti e continuare a vendere alla Cina.

La recente ondata di sussidi governativi nel settore dei semiconduttori potrebbe anche esacerbare le oscillazioni cicliche del settore, erodendo la redditività. Mentre l’aggressione degli Stati Uniti è destinata ad accelerare le ambizioni di Pechino di sviluppare la propria industria dei semiconduttori.

Le ricadute sul commercio globale

Come ha riportato Alessandra Colarizi su China Files a fine ottobre, la Cina consuma più di tre quarti dei semiconduttori venduti a livello globale, ma conta solo per il 15% circa della produzione mondiale. Per compensare le proprie mancanze, Pechino si rivolge principalmente a Corea del Sud, Paesi Bassi e Taiwan, che da sola soddisfa il 90% della domanda mondiale di chip avanzati, ma che a sua volta fa ampio uso di tecnologia americana. Nel 2020 una ricerca condotta da SIA e Boston Consulting Group stimava che un divieto totale delle vendite di semiconduttori ai partner cinesi ridurrebbe del 37% le entrate delle aziende statunitensi, per molte delle quali la Cina rappresenta il primo mercato.

Queste misure, viste da molti come necessarie per evitare che Pechino sconfigga gli Stati Uniti nella guerra fredda tecnologica, comportano rischi reali. Una rappresaglia della Cina su metalli rari e la possibile invasione di Taiwan potrebbero generare problemi alla supply chain di queste tecnologie fondamentali anche peggiori di quelle che ha causato la guerra in Ucraina.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.