Posted On 27 Febbraio 2019 By In Supply Chain With 167 Views

È meglio approvvigionarsi localmente o da fornitori offshore?

Mondo - spedizioni

Guerra commerciale Usa-Cina o meno, c’è chi preferisce il modello maker-to-user per la visibilità nella supply chain

Le tariffe per un valore di 200 miliardi di dollari su beni importati dalla Cina rimarranno agli attuali livelli del 10% per il momento, dopo il tweet di Donald Trump che annunciava il rinvio dell’aumento previsto del 25%. Il presidente degli Stati Uniti non ha specificato fino a che data l’aumento dei dazi verrà rimandato.

Indipendentemente dalla guerra dei dazi, però, approvvigionarsi localmente ha dei vantaggi. Questa è l’opinione di Jason Middleton, vice president of sales and development di Ray Products. Nel suo articolo per Spend Matters, Middleton sostiene che il conflitto commerciale tra Cina e Stati Uniti, nell’ultimo anno, ha indotto molte aziende a rivalutare le proprie pratiche di outsourcing e a riconsiderare un modello di approvvigionamento locale “dal produttore al consumatore”. Dal momento che gli Stati Uniti impongono circa 250 miliardi di dollari di dazi sulle importazioni cinesi, semplicemente non è più conveniente rifornirsi di prodotti e materiali dalla Cina.

Le aziende nazionali che stanno prendendo in considerazione il reshoring stanno scoprendo pian piano quello che i loro pari e i competitor sanno da più di dieci anni: a causa dei costi nascosti, l’outsourcing non è mai stato conveniente nel lungo periodo.

Un esempio degno di nota viene dal noto produttore di auto Aston Martin. Nel 2014, dopo aver ricevuto delle lamentele circa la rottura dei pedali dell’acceleratore in alcuni veicoli costruiti dopo il 2007, l’azienda ha aperto un’indagine. I suoi ingegneri hanno identificato presto il problema: i pedali difettosi erano stati costruiti con materiale contraffatto invece che con quello specificato dall’azienda. La causa era da ricercare nella complessa rete delle dinamiche della supply chain.

Il primo passaggio era vicino a casa. I pedali erano stati assemblati in Inghilterra da Precision Varionic International (Pvi), un’azienda locale. Secondo il loro sito, Pvi realizza i propri strumenti on site ma si rifornisce di componenti da aziende manifatturiere in Cina. I pedali sono stati tracciati risalendo a uno dei fornitori di Pvi, con sede a Hong Kong. Il tratto di supply chain precedente rimane torbido, ma Aston Martin crede che il fornitore abbia subappaltato lo sviluppo dei pedali a un’altra azienda, la quale probabilmente ha acquistato la resina contraffatta da un’azienda di Dongguan, in Cina.

L’azienda di trasformazione subappaltata dichiara di non avere legami di affari con il fornitore di Pvi, perciò è probabile che le origini del materiale contraffatto non verranno mai stabilite con certezza. Ma quello che è fuori discussione è che l’outsourcing può far sì che aziende rispettabili non abbiano completa visibilità sulle proprie supply chain e alla fine la qualità del prodotto risulta compromessa. In questo caso Aston Martin ha dovuto richiamare 17.590 veicoli e, benché le implicazioni finanziarie non siano state catastrofiche, avrebbero potuto esserlo.

Il caso di Aston Martin è un esempio utile, ma i limiti dell’outsourcing sono di larga scala e abbracciano una vasta gamma di settori. Nessuno può negare che la produzione offshore tende a essere più economica inizialmente rispetto a quella nazionale, o almeno così era prima della guerra commerciale in corso. Tuttavia, è importante avere la consapevolezza che questi risparmi a breve termine implicano una perdita difficile da quantificare, cioè la visibilità su chi fabbrica i componenti per un’azienda e come lo fa.

Senza questo tipo di visuale su appaltatori e subappaltatori è quasi impossibile garantire la qualità del prodotto finale. E, sul lungo periodo, problemi apparentemente piccoli come il tipo di plastica usato per un pedale possono creare problemi di vasta portata per l’azienda e la sua reputazione.

Mentre alcune aziende stanno tornando alle manifatture in territorio nazionale per avere maggiore visibilità sulle pratiche e sui prodotti dei loro partner, molte optano invece per compensare i costi mantenendo i loro impianti di assemblaggio offshore per approfittare del costo del lavoro più basso.

Nessuno può prevedere come andrà a finire la guerra commerciale con la Cina, ma chi sta investendo in un modello dal produttore al consumatore è convinto che ne uscirà meglio rispetto alle aziende che privilegiano i risparmi immediati sulla salute finanziaria a lungo termine.

Lascia un commento