Posted On 4 Settembre 2020 By In Supply Chain With 64 Views

Il clima è l’anello debole della catena?

Siamo da sempre abituati a catene di fornitura eccellenti e affinate nei minimi dettagli per arrivare al consumatore finale con velocità ed efficienza. Per lo meno fino a marzo 2020 quando siamo stati investiti dal Coronavirus  che ormai, potremmo dire, è l’elemento caratterizzante dell’annata. Il rischio della catena di fornitura si è palesato con tutta la sua forza e ci ha messo in crisi (non che prima i problemi non ci fossero). Eppure questo 2020 ha dato una scossa a questo presente che sembrava procedesse liscio e senza particolari intoppi, risvegliando la preoccupazione per il clima e l’ambiente e soprattutto ha messo in chiaro come basti davvero poco per mandare il sistema in pausa. E da lì non abbiamo fatto altro che fare buoni propositi su come potremmo cambiare il modo in cui si sono fatte fino ad ora le cose, regionalizzare supply chain complesse, renderle più resilienti, essere più attenti al clima, ecc.

Punto cardine del recente articolo di McKinsey è proprio il tema del cambiamento climatico e come questo possa rappresentare sempre più l’anello debole della catena. Nello specifico viene esaminato come i rischi derivanti dai rischi climatici evolveranno nei prossimi decenni.

Lo studio:  l’evoluzione del clima e i rischi per  la supply chain

Esistono tre tipologie di catene di approvvigionamento: specializzata, intermedia e materie prime. Più una catena è specializzata, più grave è l’impatto per l’attore a valle perché la fornitura di un input critico potrebbe essere disponibile solo dalla fonte che non è più in gioco. Al tempo stesso, più la catena è mercificata, più operatori a valle potrebbero essere intaccati dall’aumento dei prezzi derivante dalla mancanza sul mercato di un determinato bene.

Per un esempio concreto sull’entità dei rischi, possiamo riferirci a due catene diverse: per la specializzata, l’industria dei semiconduttori mentre per quella delle materie prime, le terre rare. I chip semiconduttori sono onnipresenti nell’elettronica, dai computer agli smartphone agli orologi elettronici. Le terre rare sono fondamentali nel settore aerospaziale e della difesa, veicoli elettrici, turbine eoliche, droni, apparecchiature mediche e altri dispositivi elettronici.

Entrambi creano input critici per le industrie avanzate e sono concentrate geograficamente in regioni con alti rischi climatici.

Caso 1: chip

Entro il 2040 un’azienda che si approvvigiona da paesi come Corea del Sud, Taiwan, Giappone, potrebbe aspettarsi che in questi paesi si verifichino uragani molti più frequenti che potrebbero comportare uno stop di diversi mesi. Nel caso di prodotti come i chip, questa pausa potrebbe significare una crisi per molte aziende, poiché ampiamente usati nell’economia moderna.

Sono tre i fattori che determinano perdite a breve termine per i fornitori che vengono colpiti da questi eventi naturali:

  • danni fisici alle risorse, inclusi impianti, attrezzature di produzione e scorte;
  • vendite ridotte, o perché la produzione è interrotta o perché le merci non possono essere spedite al mercato;
  • costi più elevati nella fase di ricostruzione e dopo che l’impianto è tornato in produzione, poiché i prezzi di mercato del lavoro, dell’energia e della logistica potrebbero aumentare a seguito di un disastro.

Una grave interruzione della fornitura può causare interruzioni della produzione, in particolare per i player non preparati e, secondo le stime, gli operatori a valle potrebbero perdere fino a un terzo delle entrate annuali, se la fornitura viene interrotta per un periodo ipotetico di cinque mesi. Questa situazione potrebbe presentarsi se nessuna fonte alternativa o sostituto fosse in grado di mantenere la fornitura (oltre un inventario minimo di prodotti finiti) e se non fossero state prese misure per limitare le perdite dovute a interruzioni della produzione (assicurazioni e accordi con i clienti per ritardare la fornitura).

Se ci si prepara prima a questa prospettiva, secondo lo studio, si può arrivare a perdere solo il 5% circa delle entrate. Tra le strategie da mettere in campo: dual sourcing, l’aumento della resilienza dei fornitori attraverso la due diligence e la collaborazione con i fornitori sul rafforzamento delle risorse, procedure di emergenza e la vendita incrociata scontata di prodotti sostitutivi, assicurazioni.

Caso 2: terre rare

La produzione di terre rare avviene in Cina Sud-orientale, un territorio sottoposto a piogge estreme, che nel 2030 registrerà (secondo le previsioni) il doppio delle probabilità che questi eventi si intensifichino, causando smottamenti nella regione. Con l’ipotesi che questa situazione si verifichi, lo studio ha stimato circa un 20% di calo nella produzione di terre rare. A questo si potrebbe aggiungere un calo dell’offerta che porterebbe al boom dei prezzi.

Nel corso degli anni sono stati compiuti sforzi per la ricerca di alternative alle terre rare, ma con scarso successo nelle aree di applicazione chiave. Gli operatori a valle che dipendono dalle terre rare possono proteggersi dal rischio fisico indotto dal cambiamento climatico aumentando i livelli di inventario al costo del capitale circolante aggiuntivo e lo spazio di archiviazione necessario: queste misure potrebbero aumentare il costo del venduto di meno del 5 percento.

Con l’evolversi dei pericoli, sarà necessario aumentare gli investimenti nell’adattamento.  Sapersi adattare nel prossimo decennio significherà occuparsi della diagnostica del rischio, la protezione delle risorse di produzione, la riprogettazione delle operazioni (ad esempio, aumentando le scorte di sicurezza degli input chiave), l’ampliamento della base di fornitori, il rafforzamento delle infrastrutture. Misure di questo tipo sono già in corso in alcune aree, comprese le autorità pubbliche, i fornitori in luoghi ad alto rischio e i clienti nei settori a valle.

 

 

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