Posted On 5 Maggio 2021 By In Supply Chain With 142 Views

Nuovi panorami per la supply chain e ipotesi di reshoring

Le supply chain stanno guardando oltre la Cina e dirigono lo sguardo verso il Vietnam e l’India per diversificare. A quanto pare i buyer globali e statunitensi hanno decretato i due paesi come valide alternative alla nazione cinese. Questo è quello che traspare dal Rapporto del barometro Q2 di Qima in cui si evidenzia che circa un terzo dei buyer globali e il 38% di quelli statunitensi hanno indicato il Vietnam come un luogo in cui intendono aumentare il sourcing da quest’anno. Allo stesso tempo dagli USA è aumentata del 72% la domanda di ispezioni e audit in India su base annua.

E per quanto riguarda la Cina? La domanda di audit e ispezioni è di fatto aumentata nel primo trimestre del 2021 del 55% ma, ciò nonostante, non ha raggiunto i livelli pre-pandemici.

Diversificazione dei fornitori e reshoring

La diversificazione dei fornitori è un modo per rafforzare la resilienza, e questo significa che almeno alcune linee di prodotti potrebbero effettivamente spostarsi in modo permanente altrove. Da una parte, il Vietnam è pronto a ridefinire il panorama dell’approvvigionamento nel 2021 e dall’altra l’India, seppur per il momento è occupata con la battaglia in corso contro il COVID-19, sta registrano livelli crescenti nella domanda.

L’aumento del costo del lavoro, una guerra commerciale e la pandemia sono stati infatti fattori chiave che hanno spinto le aziende a ripensare alla loro dipendenza dalla Cina in modi diversi: portare le catene di approvvigionamento in patria(reshoring), approvvigionarsi e operare in località più vicine (nearshoring) o diversificare i fornitori mantenendo alcuni legami con la Cina.

La pandemia ha agito in un certo senso come un campanello d’allarme per alcune società che scommettevano esclusivamente su fornitori cinesi. Ma non è un compito facile spostare semplicemente le catene di approvvigionamento dalla Cina, anche per il fatto che solo alcuni settori sono più adatti di altri a questo cambiamento di rotta.

Nella maggior parte dei casi, reshoring significa portare l’assemblaggio finale e forse il fornitore di primo livello in patria, ma il livello due, tre e oltre potrebbero rimanere ancora extra nazionali.

Il reshoring diminuisce il rischio?

Come traspare dai dati raccolti da report e sondaggi, non tutte le catene di approvvigionamento apporteranno cambiamenti significativi alla catena  dopo la pandemia. Un sondaggio Deloitte di giugno 2020 ha chiesto alle aziende private in che misura stiano prendendo in considerazione il reshoring e la localizzazione a causa dell’impatto di COVID-19.

Degli oltre 1.300 intervistati, solo il 6% ha fatto o prevede di apportare modifiche, il 16% non ha pensato per niente a modifiche. Un’analisi PwC invece ha mostrato che i produttori statunitensi che hanno spostato la produzione dalla Cina al Messico potrebbero risparmiare in media il 23% dei loro costi operativi.

Ma non deve essere solo il risparmio a guidare la decisione di reshoring delle aziende, si devono considerare anche la disponibilità di una supply base esistente, materie prime e manodopera qualificata, avverte Supply chain dive. E in tutto questo contesto non potevamo non menzionare anche il rischio che, anche in caso di near shoring e di ripensamento della supply chain, non scomparirebbe e, anzi, sarebbe comunque un’incognita per l’azienda.

Il reshoring è una pratica che richiede tempo sia da un punto di vista logistico sia gestionale. Il periodo di tempo dipende anche da quanto si sta spostando una catena, che si tratti del punto di assemblaggio finale o di diversi livelli di fornitori. Quasi un terzo degli intervistati di Deloitte ha indicato un “alto grado di incertezza futura” come il loro più grande ostacolo agli investimenti nella resilienza. Circa 1 intervistato su 5  ha dichiarato di non aver ancora preso una decisione in merito al reshoring e alla localizzazione.

Di tutt’altro avviso è invece il rapporto AlixPartners che conferma come reshoring e nearshoring inizieranno a prendere slancio circa sei mesi dopo che le supply chain entreranno nella “nuova normalità” e che questo trend continuerà a lungo termine, fino almeno a quando i costi non cominceranno a superare i benefici.

 

 

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