Posted On 14 Febbraio 2019 By In Supply Chain With 38 Views

Protesta dei pastori sardi, in crisi l’intera filiera

pecorino

Una situazione di sovrapproduzione, in particolare del pecorino romano, mette in pericolo i produttori di latte

La protesta dei pastori sardi, benché sia in corso già da diversi mesi, sta occupando da giorni le pagine dei giornali. La ragione più immediata che ha portato i produttori di latte ovino e caprino a bloccare il traffico in diversi punti della Sardegna e a riversare grandi quantità di latte nelle strade è il calo del prezzo di vendita al litro, arrivato a 60 centesimi rispetto a 1 euro e 20 due anni fa. Un prezzo così basso non copre le spese di produzione, mettendo a rischio la sopravvivenza di moltissime aziende produttrici sarde, per lo più molto piccole, ma fondamentali per l’economia locale.

Dietro queste oscillazioni dei prezzi c’è un meccanismo che riguarda l’intera filiera casearia, dal momento che il latte ovino prodotto in Sardegna viene prevalentemente usato per la produzione del pecorino. In particolare, il prezzo al litro del latte viene stabilito in base al prezzo del solo pecorino romano, che nell’ultimo periodo ha subito un calo, innescando così un effetto a catena.

Ma secondo gli allevatori c’è scarsa trasparenza in questo meccanismo. Intanto perché, essendo 15 euro al chilo il prezzo di vendita del pecorino romano al consumatore finale, in media il supermercato incassa più di 4 volte rispetto ai ricavi dei pastori, limitati a 60 centesimi per i 6 litri di latte necessari per un chilo di pecorino, per un totale di 3,6 euro. Inoltre, secondo gli allevatori, gli industriali avrebbero formato un cartello per abbassare il prezzo al litro, complice anche la presunta importazione di latte non italiano. Secondo gli industriali, invece, il problema nasce dalla sovrapproduzione di latte e di pecorino mentre i consumi interni sono diminuiti e le esportazioni sono crollate del 44%.

Il prezzo del pecorino romano, che si tira dietro l’andamento dei prezzi lungo la filiera, è legato a una quota di produzione che viene stabilita ogni anno. Secondo gli allevatori, le multe in caso di mancato rispetto di tali quote sono troppo basse e così le aziende spesso producono in eccesso. In questo modo, di fronte a un calo nella domanda e nelle esportazioni, i magazzini si riempiono di scorte e i prezzi scendono.

Nei casi di eccesso di offerta si cerca di redistribuire la riduzione dei prezzi all’interno della filiera (confezionatori, distributori, catene di supermercati…), si legge su Il fatto alimentare, cosa che in questa occasione non è avvenuta, con l’effetto di allargare la forbice tra prezzo di vendita al consumatore e ricavi di chi si trova a monte della filiera, cioè i pastori.

I pastori chiedono di fissare il prezzo al litro a un minimo di 70 centesimi, rivalutato annualmente in base ai livelli di produzione e all’andamento del mercato, oltre che controlli e multe più alte per chi non rispetta le quote di produzione.

Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha incontrato il 12 febbraio una delegazione di pastori a Roma. Tra le decisioni uscite dall’incontro con la delegazione dei pastori della Coldiretti, la sospensione delle attività del Consorzio di tutela del pecorino romano Dop, con lo scopo di approvare un nuovo piano di produzione, e il sostegno per le perdite economiche. Il ministro ha convocato un nuovo tavolo al Viminale per oggi pomeriggio al quale parteciperanno associazioni di categoria, governo e produttori.

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