Posted On 9 Marzo 2022 By In Supply Chain With 302 Views

Un fleet manager alla volta dell’Ucraina

Il racconto di viaggio di Marco Visintin per portare cibo e salvare donne e bambini

Per caso qualche giorno fa, su Linkedin, mi sono imbattuta in un post di un certo Marco V., fleet manager e buyer, che raccontava di essersi messo in viaggio da Lucca per portare cibo in Ucraina e tornare in Italia, portando in salvo alcuni profughi. 

Incuriosita, mi sono messa in contatto con lui. Ho pensato che, alla nostra community di acquisti, supply chain e logistica, leggere di un loro collega alle prese con una impresa tanto eccezionale, avrebbe fatto piacere.

Tornando a Marco, mi ha risposto subito, nonostante la situazione di estrema difficoltà nella quale si trovava, scusandosi addirittura per gli errori di battitura per le mani intirizzite dal freddo e per la scrittura molto concisa, a causa della stanchezza.

Nei giorni successivi, ho seguito, come tanti, il suo percorso attraverso i suoi post, fino al rientro a casa, quando poi ci siamo sentiti per telefono.

“Tutto è iniziato per caso”, mi ha raccontato Marco, arrivato a Lucca solo da poche ore.“Una sera, stavo giocando con mia figlia di due anni, mentre al telegiornale scorrevano le immagini della guerra in Ucraina. Ad un certo punto, ho visto una bambina di spalle che aveva lo stesso giacchetto da sci di mia figlia e quello per me è stato un segno, mi son detto che dovevo andare a prenderli io, in particolare quelle mamme con i bimbi piccolissimi che, provvisti dei soli certificati di nascita e non di passaporto, fanno maggiore fatica ad essere accettati nei paesi stranieri (non sono rare le storie di neonati, respinti alle frontiere o accettati dopo lunghe attese, proprio per questo motivo n.d.r.)

Come ha organizzato la partenza?

Per iniziare, il giorno seguente ho chiamato le ambasciate, l’ufficio immigrazione, la guardia di finanza e la polizia stradale, anche per capire le eventuali implicazioni nel trasportare persone. Poi ho chiamato l’associazione “Ucraini in Italia”, che ha sede a Milano, dove ho trovato un contatto sicuro e affidabile, la signora Tamara.

Le ho parlato della mia intenzione di andare in Polonia, sapendo che per quella via avrei percorso solo autostrade e che quindi il viaggio sarebbe stato più rapido e sicuro. Tamara però mi ha detto che in Polonia le persone ricevevano già assistenza e che sarebbe stato più utile se mi fossi diretto al confine con la Romania e così ho cambiato il mio itinerario, pur sapendo che lì le strade sono dissestate e piene di fango.

Il giorno dopo sono stato contattato da Ismaele La vardera, del programma Le Iene, che aveva saputo del mio viaggio. Mi ha detto che anche loro si stavano organizzando con un pullman turistico da 48 posti e che, se volevo, potevamo partire insieme.  

Così giovedì li ho raggiunti ad Ascoli Piceno, con il furgone Trafic da 9 posti che avevo noleggiato, abbiamo caricato cibo, acqua, medicinali e indumenti, e siamo partiti insieme ad altri 6 tir di Esselunga, guidati da autisti Italtransport.

Quali difficoltà ha incontrato lungo l’andata?

Tanto per cominciare, nella concitazione dei preparativi e per portare al nido la mia piccola la mattina stessa della partenza, mi sono dimenticato a casa la giacca e lungo il tragitto, per la paura che mi rubassero il furgone non sono mai sceso se non per fare benzina e così ho fatto tutto il viaggio in felpa e maglietta.

Inoltre, il noleggiatore al quale mi sono rivolto mi ha consegnato un furgone con le gomme estive e lisce, non certo ideali per superare dei valichi di montagna ricoperti da 30 centimetri di neve.

Oltre a queste difficoltà come è andato il viaggio?

Guidando un furgone piccolo e più veloce, non ho seguito il convoglio di Esselunga, con il quale ci siamo poi ritrovati alla frontiera, ma ho viaggiato per conto mio. Mi sono fermato a Budapest per la notte, in un albergo dove ho prenotato anche 4 stanze in previsione delle persone che avrei portato in Italia al ritorno, per farle riposare lungo il tragitto.

Venerdì mi sono svegliato presto, e dopo aver superato tre valichi di montagna, sono arrivato la sera a Suceava, un aeroporto a circa 30 minuti di auto dall’ingresso in Ucraina. Sabato, alle 4 del mattino, ho raggiunto il confine e insieme ai tir di Esselunga e all’altro pullman siamo entrati nel paese per essere scortati fino al primo posto di stoccaggio di viveri per militari e civili.

Al confine con l’Ucraina, come siete stati accolti?

Abbiamo trovato la polizia locale, l’esercito, la polizia di frontiera e ognuno sembra avere un proprio pensiero. 

La polizia locale, che pare essere molto corrotta, ci ha detto che eravamo di intralcio, che stavamo bloccando il traffico, che nessuno ci aveva chiesto di andare ad aiutarli e di tornarcene a casa. Probabilmente hanno reagito così perché non potevano mettere le mani sul nostro carico e tenersene una parte.

Così è intervenuto l’esercito, ribattendo che, visto lo stato di guerra, non era di pertinenza della polizia decidere se farci passare e alla fine ci hanno accordato il permesso per entrare.

L’altro momento critico è stato alla dogana. Oltre a chiederci numerosi documenti, erano nervosi e diffidenti soprattutto nei confronti degli autisti di Italtrasport di nazionalità bosniaca e rumena: temevano fossero russi e sospettavano che nei camion nascondessimo qualcosa.

Tutti questi controlli ci hanno rallentato moltissimo e quando sono arrivato con 6 ore di ritardo all’appuntamento con le persone che avrei dovuto portare in Italia, se ne erano andate. Così ho rischiato di ripartire senza nessuno.

Come è andato il viaggio di ritorno?

Non mi sono dato per vinto e prima di ripartire, fino circa a mezzanotte, ho continuato a chiedere alle persone che incontravo se volevano un passaggio per l’Italia ma molte erano diffidenti.

In fondo ero uno sconosciuto che chiedeva a donne con bambini se volevano salire sul mio furgone. Alla fine, però, grazie al mio contatto ucraino sono riuscito a rassicurarle e siamo ripartiti. 

Le persone che inizialmente avevo previsto di trasportare, sarebbero dovute venire con me a Lucca, dove parenti e amici erano pronti ad accoglierle, ma le donne con i loro bimbi, che hanno accettato il mio passaggio, hanno scelto di fermarsi in Romania o in Slovenia presso loro familiari, tranne una ragazza che ho lasciato a Padova da dove l’indomani sarebbe ripartita per raggiungere dei suoi parenti in Germania.

Tra l’altro per lei, ho dovuto risolvere un’ulteriore difficoltà. L’avevo da poco lasciata all’hotel dove le avevo prenotato una stanza, quando mi ha chiamato per dirmi che, essendo sprovvista di green pass non le consentivano di pernottare.

Avevo appena imboccato l’autostrada e sono tornato indietro per trovare una soluzione. 

Alla fine, è stata ospitata dalla Questura dove l’indomani le hanno formalizzato lo status di rifugiato ed ha potuto proseguire il viaggio insieme al suo pitbull.

Quando ha deciso di partire come hanno reagito in azienda e in famiglia?

Fino a poco prima di partire, non ho detto nulla a nessuno, nemmeno a mia moglie, perché temevo che avrebbero cercato di dissuadermi. 

Quando, alla vigilia della partenza, ho reso pubblica la mia decisione, ho ricevuto molta solidarietà. La mia azienda, che si occupa di trasporti mi ha detto che, se l’avessero saputo per tempo non avrebbero esitato a sostenermi, interpellando uno dei nostri noleggiatori. Certamente sarebbe stato un grande aiuto, non avrei pagato l’affitto del pulmino e avrei potuto usufruire della carta carburante invece di pagare di tasca mia, ma io ho preferito così.

Ora cosa farà?

Da quando sono partito, mi chiamano tanti che, come me, vorrebbero rendersi utili e sono pronti a intraprendere il mio stesso viaggio.

Per questo ho appena pubblicato un vademecum con alcune importanti istruzioni e potrò

metterli in collegamento con il mio contatto in Ucraina che si è reso disponibile a coordinarsi con loro

Certamente i prossimi non potranno varcare il confine perché chiunque voglia entrare necessita di scorte armate e nel mio caso è stato possibile perché ero insieme ai tir di Esselunga. 

L’incontro con i profughi però può avvenire in territorio rumeno, per portare in Italia più persone possibili.

 

 

 

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