Posted On 30 marzo 2016 By In Sustainability With 645 Views

Green Book: il settore dei rifiuti in Italia è ancora troppo frammentato

A cura di [GoGreen]. Le società in Italia che svolgono il servizio di igiene urbana sono 463 (il 55% pubbliche, il 27% pubblico-private e il 18% interamente private). Solo il 4% degli operatori produce il 40% del fatturato (10,5 miliardi di euro).

Ad avere la peggio parte le imprese piccole e piccolissime che rappresentano il 15% degli operatori e che registrano fatturati in perdita. A questi numeri devono essere aggiunte oltre 1000 gestioni dirette da parte dei Comuni, il 55% dei quali al Sud.
Questa è la situazione emersa dalla presentazione del sesto “Green Book”, redatto da Utilitalia (imprese acqua, energia e ambiente) con la collaborazione scientifica di Cassa Depositi e Prestiti.

Gli Ambiti Territoriali Ottimali ad oggi individuati dalle Regioni sono 67, con differenze di abitanti serviti tra il nord e il sud. Quattro Regioni e una Provincia non hanno ancora adempiuto all’obbligo di individuare gli Enti di Governo degli Ambiti ed è incompleta, in oltre la metà delle Regioni, l’adesione dei Comuni agli ambiti individuati.

In questo scenario le recenti deleghe alla legge Madia con la possibile ipotesi dell’introduzione di un’Autorità di regolamentazione, potrebbero fornire un impulso al processo di definizione dei sistemi di controllo e di regolazione, fondamentali per l’industrializzazione del settore.

Sul fronte degli investimenti il rapporto dimostra che nel quinquennio 2011-2015 sono stati investiti circa 2 miliardi di euro, a fronte di un fabbisogno che per i prossimi 5 anni si attesta intorno ai 6 e i 7 miliardi di euro. A minacciare gli investimenti ci sono sostanzialmente il basso consenso (che in talune aree del Paese si traduce in vere e proprie azioni ostative) alla costruzione di impianti, un quadro normativo che non rende possibile quantizzare i rifiuti da trattare e l’assenza di un sistema tariffario omogeneo.

Germania, Paesi Bassi, Svezia, Austria, Danimarca, Francia, Regno Unito e Spagna, sono i Paesi ai quali il “Green Book” si è ispirato per rendere più efficienti i servizi in Italia. In questi Paesi riciclo e recupero, discariche zero (o quasi), strumenti regolatori ed economici sono il comune denominatore.

Anche l’Italia, quindi, deve dotarsi di un più efficiente processo industriale, di imposte e tariffe standard e di un organismo di controllo e sanzionamento unico. La questione tariffe in particolare, è un argomento molto spinoso viste le enormi differenze esistenti nelle varie aree del Paese.

Un’analisi della Tari dimostra che una famiglia tipo (3 componenti in 100 metri quadri) nel 2015 ha speso mediamente 215 euro se residente in un Comune sotto i 50.000 abitanti e 321 euro se residente in un Comune con popolazione superiore a 200.000 abitanti. I Comuni, per il servizio di igiene urbana, hanno speso in media circa 175 euro per abitante, con una variabilità molto elevata in funzione della dimensione territoriale: 133 euro per abitante nei piccoli comuni e 243 euro per i comuni oltre i 200 mila abitanti.

Quello che serve sono politiche nazionali che consentano di effettuare gli investimenti necessari, un sistema di finanziamento autonomo, stabile, improntato al rispetto del principio “chi inquina paga” e regole certe, che obblighino le aziende, con un corretto sistema di premi e penalità, a rendere più efficiente la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti e a garantire ai cittadini e alle città servizi migliori.

In Italia ci sono Comuni che arrivano all’80% di raccolta differenziata e altri che si fermano al 3%, eppure le regole sono uguali in tutta Italia. Sono gli enti locali che devono spingere per incrementare la raccolta.