La direttiva Csdd, definita il Supply chain act europeo, potrebbe imporre alle imprese un dovere di diligenza incisivo in ambito ambientale e sociale. Ma il voto sulla sua adozione è stato rinviato, probabilmente al 14 febbraio. Capiamo perché e cosa succede adesso.

I responsabili del dietrofront sulla Csdd

L’Italia è stata tra le responsabili del rinvio del provvedimento. Il dietrofront di Roma è stato decisivo, insieme a quello di Germania, Austria e Finlandia. Un esito che ha ascoltato l’appello lanciato delle confidustrie nazionali e da Business Europe sui timori per un aumento di costi di approvvigionamento monitoraggio.

Proprio Business Europe ha parlato poco prima del voto del timore di “un aumento dei costi incontrollato degli approvvigionamenti”. La direttiva Csdd prevede la due diligence ai fini di sostenibilità ambientale e sociale, mirando a promuovere un comportamento responsabile lungo tutta la filiera. Chiede alle imprese di evitare che le loro operazioni abbiano effetti negativi sui diritti umani, come il lavoro minorile e lo sfruttamento dei lavoratori. Ma anche sull’ambiente, come ad esempio l’inquinamento e la perdita di biodiversità.

La roadmap della direttiva

Le aziende sopra i 40 milioni di fatturato sarebbero state tenute, nelle loro operazioni, nelle controllate e nelle catene del valore, a individuare, far cessare, evitare, attenuare e dar conto degli effetti negativi sui diritti umani e sull’ambiente. Inoltre, determinate grandi imprese avrebbero dovuto disporre di un piano per garantire che la loro strategia sia compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 °C. In linea con l’accordo di Parigi. L’applicazione della direttiva sarebbe comunque graduale, in base alla dimensione dell’impresa.

Le imprese con più di mille dipendenti avrebbero dovuto adeguarsi entro il 2027. Quelle con più di 500 dipendenti e fatturato annuo netto di 150 milioni entro il 2028. Entro il 2029 quelle con oltre 250 dipendenti, fatturato netto annuo sopra i 40 milioni e che operano in settori ad alto rischio. Inoltre, a livello europeo la Commissione avrebbe dovuto istituire una rete europea di autorità di vigilanza. Una rete volta a riunire i rappresentanti degli organismi nazionali al fine di garantire un approccio coordinato.

Nodo Pmi e rinvii

Nel caso di una media impresa, si calcola che i costi legati alla Csdd possano arrivare fino a quattro milioni di euro. Questo senza contare i costi di una possibile disruption della catena di fornitura, che potrebbe avvenire se tante imprese cambiassero fornitori in un momento geopolitico ed economico complesso. È presumibile che i fornitori nei Paesi in via di sviluppo, che non offrono garanzie di rispetto della direttiva europea, saranno gradualmente sostituiti da fornitori che offrono maggiori garanzie. In questo scenario le imprese italiane potrebbero sostituirli e guadagnare contratti di fornitura importanti con le multinazionali soggette a compliance della Csddd.

Uno studio dell’Associazione per la gestione dei materiali, gli acquisti e la logistica (Bme), ha scoperto che solo il 4% delle aziende si dichiarava “molto preparata” a livello organizzativo a seguire la nuova normativa, mentre il 70% si considerava “appena sufficientemente”, “poco” o “molto poco” preparata. In ogni caso, il rinvio del voto comporterà ora una riapertura dei negoziati. Era necessaria una “maggioranza qualificata” di 15 paesi dell’UE, che rappresentano il 65% della popolazione del blocco, affinché la direttiva passasse al voto finale del Parlamento europeo. Un diplomatico dell’UE ha detto che una decisione sulla legge è stata riprogrammata al 14 febbraio.

Recentemente il Consiglio e il Parlamento Ue hanno raggiunto un accordo per prorogare di due anni l’entrata in vigore della Csrd (Corporate sustainability reporting directive) per alcuni settori e per le aziende di Paesi terzi. Così come la Csddd è importante in ottica di trasparenza, quest’ultima dovrebbe segnare la svolta nell’ambito della trasformazione ecologica prevedendo un reporting costante delle aziende sugli obiettivi di sostenibilità. Questi due ultimi rinvii segnano una frenata agli impegni presi in ambito di contrasto ai cambiamenti climatici, a pochi mesi dalle elezioni europee.