Le supply chain globali sono entrate in una fase in cui la disruption non rappresenta più un evento eccezionale, ma una condizione strutturale del commercio internazionale. Geopolitica, volatilità energetica, frammentazione normativa e limiti di visibilità lungo le catene di fornitura stanno ridefinendo i modelli operativi delle imprese e la stessa architettura del commercio globale.

Secondo la quinta edizione del Global Survey di Allianz Trade, condotto su 6.000 aziende in 13 principali mercati internazionali, il 75% degli esportatori prevede ancora una crescita delle esportazioni nel 2026. Tuttavia, questo ottimismo convive con un aumento significativo dei rischi e con una progressiva erosione dei margini di sicurezza operativa.

Per la prima volta, la geopolitica è diventata il principale fattore di rischio per circa il 65% delle imprese, superando la complessità intrinseca delle supply chain. A questo si aggiunge un incremento delle pressioni legate ai fallimenti dei fornitori, alla scarsità di input produttivi e a condizioni di liquidità più restrittive.

Dalla logica dell’efficienza alla logica della resilienza

Il cambiamento più profondo non riguarda solo il livello dei rischi, ma la natura stessa delle strategie aziendali. Le imprese stanno progressivamente abbandonando modelli ottimizzati per l’efficienza, basati su just-in-time e concentrazione dei fornitori, a favore di architetture più ridondanti e diversificate.

Secondo Allianz Trade, quattro aziende su cinque hanno già modificato rotte commerciali e logistiche per ridurre l’esposizione a tariffe, conflitti e instabilità geopolitica. Il cosiddetto “de-risking” è diventato una strategia mainstream e non più una risposta emergenziale.

Le aziende stanno intervenendo su più livelli: diversificazione dei fornitori, aumento delle scorte strategiche, riprogettazione delle catene logistiche e revisione dei termini contrattuali, con una progressiva riduzione dell’esposizione al modello Delivered Duty Paid e un maggiore ricorso a clausole Free on Board.

Pressioni industriali in Asia e riflessi sulle catene europee

Le tensioni geopolitiche e l’aumento dei costi energetici stanno già producendo effetti concreti sull’attività manifatturiera globale, con ripercussioni dirette anche sulle catene di approvvigionamento europee.

I dati PMI di marzo 2026 mostrano un rallentamento in Giappone, Cina e Taiwan, mentre la Corea del Sud registra una dinamica relativamente più resiliente, pur in un contesto di forte pressione sui costi.

Le difficoltà emergono soprattutto nei settori più integrati nelle catene del valore globali, come semiconduttori, automotive e batterie, che rappresentano nodi essenziali anche per l’industria europea.

La dipendenza da materie prime critiche e componenti intermedi continua a rappresentare un elemento di vulnerabilità strutturale.

Energia e logistica: lo stress test dello Stretto di Hormuz

Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni lungo lo Stretto di Hormuz hanno evidenziato in modo particolarmente chiaro la fragilità delle infrastrutture energetiche e logistiche globali.

Circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas risulta direttamente o indirettamente esposto a vincoli operativi. Tuttavia, l’impatto più rilevante non riguarda soltanto la disponibilità fisica delle risorse, ma la loro distribuzione lungo le catene logistiche e la volatilità dei flussi energetici.

Per l’Europa, questa dinamica si traduce in una maggiore esposizione ai prezzi dell’energia, con effetti immediati sui costi industriali e sulla pianificazione produttiva.

Effetti a catena sui sistemi energetici e logistici europei

L’aumento della volatilità energetica si sta riflettendo anche sulla gestione delle reti distributive e sulla pianificazione delle scorte in diversi Paesi europei.

Le autorità e gli operatori del settore stanno monitorando con crescente attenzione il rischio di shock simultanei su domanda e prezzi, che potrebbero generare tensioni non tanto sull’approvvigionamento complessivo, quanto sulla distribuzione e sull’equilibrio tra segmenti di mercato.

Diventa centrale la capacità dei sistemi logistici di gestire non solo la disponibilità delle risorse, ma anche la stabilità dei flussi e la prevedibilità della domanda.

Il fattore invisibile: la crisi della visibilità nelle supply chain

Accanto alle tensioni geopolitiche e infrastrutturali emerge un ulteriore elemento di fragilità: la limitata visibilità lungo le catene di fornitura globali.

Secondo una ricerca di Achilles su 2.805 organizzazioni, solo il 6% delle aziende ha piena visibilità sui fornitori di secondo e terzo livello. Quasi la metà non dispone di informazioni strutturate oltre i fornitori diretti.

Il problema è particolarmente rilevante in Europa, dove la crescente complessità normativa in materia di sostenibilità, due diligence e Esg ha aumentato gli obblighi senza una corrispondente capacità di monitoraggio.

Il 75% delle aziende segnala difficoltà nel mantenere standard coerenti tra giurisdizioni diverse, mentre il 60% esprime preoccupazioni sulla continuità futura dei fornitori.

Solo il 18% delle aziende dichiara un’elevata fiducia nei dati forniti dai propri fornitori.

Tecnologia e governance: una transizione incompleta

In risposta a queste criticità, cresce l’adozione di strumenti digitali e soluzioni basate su intelligenza artificiale per la gestione del rischio di fornitura. Tuttavia, la diffusione rimane disomogenea.

Le aziende con sistemi di governance più maturi risultano meglio posizionate per implementare modelli di monitoraggio avanzato, mentre una parte significativa del tessuto produttivo europeo continua a operare con architetture informative frammentate e dati non integrati.

La principale barriera non è tecnologica, ma strutturale: qualità del dato, interoperabilità dei sistemi e standardizzazione delle informazioni lungo la filiera.

Una nuova geografia del rischio

Il quadro complessivo che emerge è quello di una trasformazione strutturale delle supply chain globali ed europee. Il rischio non è più confinato a singoli shock esterni, ma si distribuisce lungo l’intera catena del valore, dalla geopolitica alla logistica, fino alla qualità dell’informazione.

In questo contesto, la resilienza non dipende più esclusivamente dalla diversificazione dei fornitori, ma dalla capacità delle imprese di integrare tre dimensioni fondamentali: stabilità geopolitica, infrastrutture energetico-logistiche e visibilità end-to-end delle catene di fornitura.

La competitività futura delle imprese europee sarà sempre più determinata dalla capacità di anticipare le discontinuità e adattare rapidamente le proprie reti produttive e distributive in un ambiente strutturalmente instabile.