Le emissioni di Scope 3, che includono tutte le emissioni indirette lungo la catena di fornitura, rappresentano una sfida significativa per l’industria tessile e il settore tecnologico. Le aziende di moda, come H&M e PVH Corp., stanno implementando iniziative di finanziamento sostenibile per aiutare i fornitori a ridurre l’impatto ambientale.

Casi problematici nell’industria tessile

I marchi di moda di lusso Dior e Armani sono sotto indagine per aver potenzialmente ingannato i consumatori, a seguito delle scoperte dei tribunali italiani che indicano maltrattamenti e sfruttamento dei lavoratori da parte dei loro fornitori. In particolare, i fornitori cinesi in Italia che rifornivano una sussidiaria di Dior avrebbero rimosso i dispositivi di sicurezza dalle macchine per aumentare la produttività e costretto i lavoratori a vivere e dormire nelle fabbriche. Similmente, un ramo di Armani è stato accusato di subappaltare la produzione a fornitori cinesi con fabbriche in Italia che pagavano i lavoratori tra i 2 e i 3 euro all’ora per giornate lavorative di 10 ore, sette giorni su sette. Le borse prodotte in queste condizioni venivano vendute ai subappaltatori di Armani per 93 euro, poi ad Armani per 250 euro e infine ai consumatori per 1.800 euro. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (ICA) sta esaminando se Armani e Dior abbiano ingannato i consumatori con messaggi che enfatizzavano l’artigianalità e l’eccellenza della loro lavorazione. Dior ha dichiarato di aver cessato gli ordini dai fornitori coinvolti, mentre Armani ha affermato che le accuse sono infondate e sta collaborando con le autorità.

Quello di Dior e Armani non è un caso isolato. L’industria tessile è spesso sotto esame per condizioni di lavoro non etiche e sfruttamento e un esempio notevole è il caso di Zara nel 2011, dove la compagnia fu accusata di utilizzare lavoro forzato in Brasile. Le indagini rivelarono che i lavoratori erano costretti a vivere e lavorare in condizioni deplorevoli, con salari miseri e orari di lavoro eccessivi. Un altro caso emblematico riguarda H&M, che nel 2018 fu coinvolta in uno scandalo simile in cui venne alla luce che i fornitori in Myanmar pagavano i lavoratori meno del salario minimo e li costringevano a straordinari non pagati. Ma anche la crescente popolarità della vendita al dettaglio online, guidata da rivenditori come Shein e Temu, ha portato a una riduzione dei prezzi rivelando gravi problemi di sfruttamento e cattive condizioni di lavoro. Nonostante le normative negli Stati Uniti come l’Uyghur Forced Labor Prevention Act, le difficoltà nella verifica delle supply chain rendono difficile garantire pratiche etiche.

La future supplier initiative

Il problema dello sfruttamento lavorativo e delle pratiche non etiche è diffuso nell’industria tessile, specialmente tra le aziende che subappaltano la produzione a fornitori in paesi con normative sul lavoro meno rigorose. La sfida per i marchi di moda è assicurare trasparenza e responsabilità lungo tutta la catena di approvvigionamento per evitare abusi e garantire condizioni di lavoro dignitose. In questo senso, lo scorso anno proprio H&M ha lanciato la Future Supplier Initiative in collaborazione con la banca DBS di Singapore per facilitare l’accesso dei fornitori a prestiti “verdi” per investimenti infrastrutturali. Questo programma è fondamentale per i marchi di moda impegnati a decarbonizzare le loro catene di fornitura, aiutando i fornitori a superare gli ostacoli finanziari. Il programma ha gruppi di fornitori in Bangladesh e Vietnam, con piani di espansione in Cina e Italia, con un’iniziativa che mira a implementare pratiche più sostenibili nelle fabbriche, affrontando le difficoltà finanziarie legate all’elettrificazione e alle energie rinnovabili, ma che manca di affrontare il tema degli adeguati salari.

Tuttavia, l’aspetto positivo è che H&M punta a ridurre le emissioni di ambito 3 del 56% e a utilizzare il 100% di materiali riciclati o sostenibili entro il 2030, avendo già ridotto queste emissioni del 22% nel 2023 rispetto al 2019. Il finanziamento collaborativo è strategico per raggiungere questi obiettivi, come evidenziato da Sheng Lu dell’Università del Delaware. Anche Levi’s e PVH Corp. (proprietaria di Calvin Klein e Tommy Hilfiger) hanno avviato programmi simili per supportare i fornitori nella riduzione dell’impatto energetico, dei gas serra e dell’acqua, offrendo consulenza e tassi di finanziamento migliori in base alle prestazioni di sostenibilità. Questi sforzi congiunti dimostrano l’importanza della collaborazione finanziaria per promuovere una moda più sostenibile.

Scope 3 e tecnologia

L’iniziativa iMasons Climate Accord, che coinvolge Digital Reality e Infrastructure Masons, promuove l’adozione di certificati ambientali di prodotto (EPD) per la filiera dei data center. Questo permetterà agli operatori di calcolare e gestire efficacemente le emissioni di ambito 3, che possono rappresentare tra il 38 e il 69% dell’impronta di carbonio totale di un data center. Schneider Electric sottolinea che, senza una stima accurata delle emissioni incorporate, derivanti dalla produzione, trasporto e costruzione dell’infrastruttura, le aziende non potranno ridurre significativamente il loro impatto ambientale. Anna Timme di Schneider Electric afferma che l’adozione delle etichette nutrizionali per l’infrastruttura digitale è essenziale per decisioni basate sulle emissioni di carbonio e per allinearsi agli obiettivi di emissioni nette pari a zero.

Questa attenzione alle emissioni di ambito 3 è cruciale non solo per l’industria tessile, ma anche per il settore tecnologico. Ad esempio, H&M ha lanciato la Future Supplier Initiative per facilitare l’accesso a prestiti “verdi” per i fornitori, mirata a ridurre le emissioni di ambito 3 e promuovere materiali sostenibili. Allo stesso modo, l’iMasons Climate Accord sollecita i fornitori a produrre EPD per materiali e attrezzature usate nei data center, migliorando la trasparenza e la gestione delle emissioni incorporate. Queste misure collaborative sono fondamentali per entrambi i settori, poiché le emissioni di ambito 3 rappresentano una parte significativa dell’impronta di carbonio totale e richiedono una gestione accurata per raggiungere obiettivi climatici ambiziosi.

La riduzione delle emissioni nel settore delle nuove tecnologie

Amazon, l’azienda tecnologica di Seattle, specializzata in cloud computing, streaming digitale e intelligenza artificiale, ha dichiarato di aver attivato quasi 1,7 gigawatt di capacità eolica offshore in Europa e supportato oltre 80 progetti di energia rinnovabile nella regione Asia-Pacifico. Negli Stati Uniti, Amazon ha integrato energia rinnovabile nelle sue operazioni e negli edifici aziendali, affidandosi a progetti verdi per ridurre la sua impronta di carbonio. Il portafoglio di energie rinnovabili di Amazon mira a evitare circa 27,8 milioni di tonnellate di carbonio all’anno quando tutti i progetti saranno operativi. Secondo BloombergNEF, Amazon è stato il principale acquirente aziendale di energia verde nel 2023, con 74 accordi di acquisto di energia firmati in 16 mercati, per una capacità di produzione di 8,8 GW.

Questi investimenti si allineano con l’obiettivo di Amazon di raggiungere emissioni di carbonio nette pari a zero entro il 2040, anticipando di un decennio l’obiettivo dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, nonostante la riduzione delle emissioni complessive, le emissioni di ambito 1 sono aumentate del 7% anno su anno, a causa della crescita del business e dell’incremento delle consegne effettuate internamente. Il percorso verso l’azzeramento delle emissioni non sarà lineare e vedrà risultati variabili ogni anno. Amazon sta utilizzando l’intelligenza artificiale per monitorare e ottimizzare l’uso dell’energia e per trovare soluzioni sostenibili, ma anche l’intelligenza artifiiciale ha dei costi in termini di sostenibilità e questo elemento dovrà essere sempre più considerato nel proporre soluzioni.