Il segreto per ottimizzare, qualsiasi sia l’ambito di riferimento preso, non è certo lavorare di più o più velocemente, ma lavorare meglio. Questo concetto può apparire forse banale oggi per quanti impegnati nel complesso mondo del management aziendale, ma si tratta di un tema che solo negli ultimi anni è entrato anche nei Consigli di Amministrazione delle grandi aziende. Si parla oggi infatti in tutto il mondo di smart working, una fortunata espressione che indica l’essere dipendenti di una società pur lavorando in parte o del tutto da remoto. In questo modo si annullano i viaggi casa-lavoro, si diminuisce lo stress, si spende di meno e si ha più tempo a disposizione per i propri impegni privati, mentre anche la qualità del lavoro migliorerebbe notevolmente. Per questo da tempo anche grandi aziende come Barilla, Vodafone e l’Oréal hanno introdotto dei giorni di smart work al mese per i propri dipendenti, un’opportunità sfruttata con piena soddisfazione dai lavoratori e a quanto pare risultati soddisfacenti in termini di produttività.
In effetti anche nel solo Belpaese sono molte le imprese che hanno deciso di sperimentare lo smart working consentendo più flessibilità lavorativa ai propri dipendenti, anche se c’è ancora una quota abbastanza grande di società che afferma di non essere interessata o di non sapere neanche che cosa sia. Il fenomeno è comunque recente e i suoi contorni sono poco chiari, ma fortunatamente l’osservatorio Smart Working della School of Management del prestigioso Politecnico di Milano ha svolto un’indagine approfondita sul tema in modo da fornire una fotografia sul mondo del lavoro intelligente oggi in Italia: secondo queste stime nel corso del 2017 il numero degli smart workers sono cresciuti esponenzialmente raggiungendo quota 300.000, con un aumento netto dal 2013 a oggi del 60%. Essi rappresentano dunque l’8% dei lavoratori in Italia, e si tratta di una schiera che in futuro pare solo destinata a crescere secondo le opinioni degli esperti e degli addetti ai lavori.

Il report rileva inoltre un aumento considerevole delle grandi imprese dedite allo smart working come pratica aziendale: Il 36%, contro il 30% dello scorso anno, avrebbe infatti già avviato progetti strutturati a riguardo mentre un’azienda su due starebbe per farlo. Buoni risultati cominciano ad intravedersi anche nelle imprese di più piccola entità: nel 22% dei casi le Pmi hanno avviato progetti informali e nel 7% si parla invece di progetti ben strutturati. Tuttavia, il 7% delle piccole e medie imprese dichiara di non sapere nemmeno di cosa si sta parlando, mentre il 40% dice di non essere interessato, anche perché ovviamente non sempre si tratta di società attive in settori dove una reale flessibilità lavorativa è permessa. Secondo il Politecnico comunque i vantaggi derivanti da questa modalità sono molteplici e interessanti, primo tra tutti l’aumento della produttività di circa il 15%. Inoltre minori spostamenti significano meno emissioni di gas e un impatto decisamente inferiore sull’ambiente, fattore questo che avvicina lo smart working anche all’attualissimo tema della sostenibilità aziendale.

