Nel cuore dell’economia globale, una criticità troppo spesso trascurata continua a minare la sostenibilità delle catene di approvvigionamento: oltre 50 milioni di persone sono ancora vittime di forme di schiavitù moderna e tratta, molte delle quali legate direttamente o indirettamente ai processi produttivi delle imprese. La Global Commission on Modern Slavery and Human Trafficking, nel suo recente report presentato alle Nazioni Unite, lancia un appello chiaro: le aziende devono assumersi la responsabilità di prevenire e contrastare lo sfruttamento all’interno delle proprie filiere.
Sostenibilità come responsabilità globale
Le aziende di oggi sono chiamate a una sostenibilità integrata, che non si limita solo all’impatto ambientale, ma abbraccia anche il rispetto per i diritti umani e le condizioni di lavoro nelle catene di fornitura globali. Questo significa che la sostenibilità sociale deve diventare una componente fondamentale delle politiche aziendali, affiancandosi a quelle ecologiche ed economiche. La recente Global Commission sottolinea come le catene di approvvigionamento globali, soprattutto quelle che attraversano economie a basso salario e la produzione su subappalto, siano ambienti ad alto rischio dove lo sfruttamento umano trova terreno fertile.
Il report fa appello alle aziende affinché rivedano i loro sistemi di approvvigionamento, rafforzando la trasparenza e migliorando la tracciabilità lungo tutta la filiera, per garantire che nessun prodotto finisca per essere legato al lavoro forzato o alla tratta di esseri umani. In questo contesto, la sostenibilità non è più una scelta facoltativa, ma una necessità etica.
Trasparenza, tracciabilità e responsabilità aziendale
Il concetto di trasparenza emerge come elemento chiave. La sostenibilità richiede visibilità completa sulle filiere, anche quando si tratta di fornitori indiretti e agenzie di reclutamento. Le aziende devono impegnarsi a monitorare e documentare ogni livello della loro catena di approvvigionamento, implementando sistemi di valutazione del rischio per identificare le aree dove lo sfruttamento può verificarsi e intervenire tempestivamente.
Le tecnologie moderne come l’intelligenza artificiale e la blockchain sono strumenti cruciali in questa transizione, permettendo alle imprese di ottenere una tracciabilità più precisa e di ridurre al minimo i rischi di abusi. Eppure, come sottolineato da esperti del settore, la trasparenza non deve essere solo una questione tecnologica, ma un impegno autentico delle imprese di rendere conto pubblicamente delle loro azioni, raccogliendo e condividendo dati sulle pratiche di approvvigionamento.
Un invito all’azione globale
L’appello della Commissione non riguarda solo le aziende. È un richiamo a tutte le istituzioni governative a garantire che le politiche di approvvigionamento pubblico rispettino i diritti umani e non siano complici in pratiche di sfruttamento. La Commissione invita i governi ad adottare normative chiare, obbligatorie, per assicurarsi che le catene di approvvigionamento pubbliche siano libere da lavoro forzato e traffico di esseri umani. La regolamentazione, quindi, deve diventare stringente e precisa, con una definizione univoca di “schiavitù moderna”, per permettere alle autorità di perseguire in modo efficace le violazioni.
La lotta contro la schiavitù moderna non può essere lasciata alla sola buona volontà delle imprese: occorre un impegno coordinato tra aziende, governi e organizzazioni della società civile. Solo con una visione collettiva sarà possibile estirpare queste pratiche disumane dalle filiere globali.
Il ruolo delle aziende: dal rischio alla resilienza
Oggi le aziende hanno l’opportunità di diventare leader nella lotta alla schiavitù moderna, e non solo per ragioni etiche, ma anche per vantaggi competitivi. L’adozione di pratiche di approvvigionamento responsabili può portare a un miglioramento della brand reputation, aumentando la fiducia dei consumatori e degli investitori. Le imprese che fanno propri questi valori, e che dimostrano di agire concretamente contro il lavoro forzato, si pongono come pionieri nella costruzione di una supply chain sostenibile e rispettosa dei diritti umani.
Molte grandi aziende hanno già intrapreso questo cammino, ma è necessario che il movimento diventi una norma globale, che comprenda anche le piccole e medie imprese. Per raggiungere l’obiettivo delle Nazioni Unite di eliminare la schiavitù moderna entro il 2030, ogni attore coinvolto deve dare il proprio contributo.
Verso una supply chain giusta e trasparente
Le imprese sono chiamate a compiere un passo avanti, adottando un framework di prevenzione che aiuti a individuare le cause radici dello sfruttamento, partendo dai più vulnerabili. Questo approccio deve essere preventivo, non reattivo. Solo attraverso una collaborazione concreta con organizzazioni della società civile, monitori del lavoro e sopravvissuti, si potrà ottenere una visione chiara e precisa della situazione nelle filiere. La raccolta di testimonianze dirette da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza della schiavitù moderna è essenziale per costruire un quadro realistico e per tracciare soluzioni efficaci.
Un cambiamento necessario per la sostenibilità globale
In definitiva, la lotta contro la schiavitù moderna è un pilastro fondamentale della sostenibilità a lungo termine. Non si tratta solo di una questione etica, ma di una vera e propria necessità operativa e strategica per le aziende di oggi. La costruzione di supply chain etiche è la base per un futuro sostenibile, in cui i diritti umani e l’ambiente sono rispettati, e dove le pratiche aziendali sono in grado di rispondere alle sfide sociali globali con azioni concrete.
Con il report della Global Commission, l’urgenza di agire è chiara. Ogni azienda, piccolo o grande che sia, deve fare la propria parte. Non è più solo una questione di reputazione, ma di responsabilità. Il cambiamento parte da noi.

