Le terre rare stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie industriali ed energetiche globali. Dai veicoli elettrici ai data center per l’intelligenza artificiale, passando per robotica, difesa e manifattura avanzata, questi materiali sono ormai indispensabili per sostenere la transizione tecnologica ed energetica mondiale. Tuttavia, mentre la domanda accelera rapidamente, la diversificazione delle catene di approvvigionamento procede con estrema lentezza, aumentando i rischi economici e geopolitici.
È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’International Energy Agency (IEA), Rare Earth Elements: pathways to secure and diversified supply chains, realizzato per supportare le discussioni della presidenza francese del G7 del 2026.
Domanda in forte crescita
Le 17 terre rare utilizzate nelle tecnologie moderne stanno vivendo una fase di espansione senza precedenti. In particolare, cresce il peso delle cosiddette terre rare magnetiche — neodimio, praseodimio, disprosio e terbio — fondamentali per la produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni.
Secondo il rapporto, la domanda di questi materiali è raddoppiata dal 2015 e potrebbe aumentare di oltre il 30% entro il 2030. Una crescita trainata soprattutto dalla diffusione di auto elettriche, sistemi automatizzati, infrastrutture digitali e applicazioni legate all’intelligenza artificiale.
L’IEA sottolinea inoltre che il processo di digitalizzazione e automazione dell’economia mondiale continuerà ad alimentare la richiesta di terre rare anche oltre il prossimo decennio.
Il predominio cinese nella supply chain
Nonostante l’importanza strategica di questi materiali, la filiera globale rimane fortemente concentrata in pochi Paesi, con la Cina in posizione dominante.
Attualmente Pechino controlla circa il 60% della produzione mineraria mondiale di terre rare magnetiche e oltre il 90% della capacità di raffinazione. Ancora più marcata è la leadership nella produzione di magneti permanenti, segmento nel quale la quota cinese sfiora il 95% del mercato globale. Una concentrazione che, secondo l’IEA, rappresenta una delle principali vulnerabilità tra tutte le materie prime critiche analizzate dall’agenzia.
Restrizioni commerciali e rischi industriali
Le tensioni legate alla sicurezza delle forniture sono diventate ancora più evidenti dopo le restrizioni all’export introdotte dalla Cina nel 2025. Le misure hanno provocato interruzioni temporanee nelle catene di approvvigionamento, creando difficoltà per diversi produttori internazionali nel reperire componenti essenziali.
In alcuni casi, aziende fuori dalla Cina sono state costrette a rallentare o ridurre la produzione. Sebbene i flussi commerciali siano successivamente ripresi, l’episodio ha evidenziato quanto le economie occidentali siano esposte a eventuali shock lungo la filiera.
Secondo le stime del rapporto, qualora controlli all’export più severi venissero applicati in modo completo, fino a 6.500 miliardi di dollari di attività economiche fuori dalla Cina potrebbero essere messi a rischio ogni anno. I settori più vulnerabili sarebbero automotive, elettronica e trasporti avanzati.
Diversificazione ancora insufficiente
Nonostante la crescente consapevolezza dei rischi, i progressi nella diversificazione delle forniture restano limitati.
I progetti minerari e industriali previsti al di fuori della Cina non sarebbero infatti sufficienti a soddisfare la domanda futura. Entro il 2035, le capacità già operative o annunciate copriranno solo circa:
- la metà del fabbisogno minerario globale
- un quarto delle necessità di raffinazione
- meno di un quinto della domanda di magneti permanenti fuori dalla Cina
L’IEA evidenzia inoltre un forte squilibrio tra gli investimenti nelle attività estrattive e quelli nei segmenti industriali più avanzati della filiera, come raffinazione e produzione di magneti, che rappresentano oggi i principali colli di bottiglia.
Investimenti, riciclo e cooperazione internazionale
Per costruire catene di approvvigionamento più sicure e resilienti saranno necessari investimenti consistenti. Il rapporto stima un fabbisogno di circa 60 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per sviluppare filiere alternative e ridurre la dipendenza da un unico fornitore dominante.
Accanto ai nuovi investimenti, il rapporto individua nel riciclo e nell’innovazione tecnologica due leve fondamentali. Il riciclo, da solo, potrebbe ridurre fino al 35% il fabbisogno di nuove estrazioni entro il 2050, mentre nuove tecnologie produttive e materiali sostitutivi potrebbero alleggerire la pressione sugli elementi più critici.
Secondo l’IEA, nessun Paese può realisticamente costruire da solo una filiera completa e autosufficiente delle terre rare. Per questo sarà fondamentale rafforzare la cooperazione internazionale, coordinare gli investimenti e sviluppare supply chain più diversificate e sostenibili.
Le terre rare si confermano così uno degli snodi strategici della nuova economia elettrica e digitale, ma anche una delle principali sfide geopolitiche e industriali dei prossimi anni.

