Il settore del trasporto marittimo globale continua ad attraversare una fase di profonda trasformazione. Negli ultimi anni, le catene di approvvigionamento hanno subito pressioni costanti: dalle deviazioni delle rotte, come il passaggio intorno al Capo di Buona Speranza per evitare il Canale di Suez, fino all’aumento degli ordini online trainato dalla digitalizzazione. Ogni cambiamento ha modificato gli equilibri consolidati, imponendo alle imprese maggiore flessibilità operativa e capacità di adattamento strategico.

Secondo il Global Shipping Report di febbraio 2026 di Descartes, domanda di importazioni, approvvigionamento e pressioni geopolitiche stanno ridefinendo il commercio marittimo internazionale.

Navigare in un contesto volatile

L’inizio del 2026 conferma che il settore è influenzato più da sviluppi politici e tensioni geopolitiche che da vincoli operativi. La sospensione dell’approvazione di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea ha riacceso l’incertezza sul commercio transatlantico, a cui si aggiungono nuove tensioni legate ai dazi e alle sanzioni statunitensi verso Paesi coinvolti nel commercio di petrolio cubano.

Le rotte del Medio Oriente e del Mar Rosso restano osservate speciali: alcune compagnie stanno valutando un ritorno, mentre altre mantengono un approccio prudente. Il risultato è una pianificazione logistica complessa e un mercato caratterizzato da elevata imprevedibilità.

Importazioni USA: segnali di normalizzazione

A gennaio 2026, le importazioni containerizzate negli Stati Uniti hanno raggiunto 2.318.722 TEU, con un aumento del 4,1% rispetto a dicembre, ma un calo del 6,8% su base annua. I volumi si collocano nella media degli ultimi cinque anni, suggerendo un graduale ritorno a condizioni più stabili dopo le dinamiche di “frontloading” del 2025.

Come sottolinea Jackson Wood, Director of Industry Strategy di Descartes: “Le politiche commerciali e i rischi geopolitici continuano a creare incertezza, ma i volumi di gennaio 2026, leggermente superiori alla media degli ultimi sei anni, riflettono un ambiente commerciale più normalizzato.” Gli importatori statunitensi sembrano quindi aver interiorizzato la volatilità come elemento strutturale.

Crescita dei porti e dinamiche di approvvigionamento

I dieci principali porti USA hanno registrato un incremento complessivo del 4,9% mese su mese, pari a 92.150 TEU aggiuntivi, con Houston che guida la crescita con un aumento del 28,5%, seguita da Oakland (+15,2%) e Tacoma (+10,8%). Altri scali, come New York/Newark e Long Beach, mostrano crescite moderate, mentre Charleston e Port Angeles evidenziano lievi flessioni.

Gennaio 2026 segna anche un aumento del 7% mese su mese delle importazioni dai primi dieci Paesi di origine. La Cina, pur registrando un calo del 22,7% su base annua, mostra un rimbalzo del 9,3% rispetto a dicembre, mentre l’India cresce del 22%. In calo risultano Italia (-16,4%) e Corea del Sud (-1,7%). Su base annua, le importazioni complessive dai top 10 Paesi calano del 9%, ma emergono crescite significative nel Sud-est asiatico: Thailandia +36,5%, Vietnam +17,8%, Indonesia +18%, confermando una crescente diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Automazione e digitalizzazione: il caso Walmart

In questo scenario complesso, molte aziende stanno investendo in automazione e digitalizzazione per migliorare efficienza e ridurre i costi. Walmart rappresenta un esempio emblematico: è il primo grande retailer ad aver raggiunto una capitalizzazione di mercato di 1 trilione di dollari, grazie a un massiccio programma di modernizzazione della supply chain.

L’azienda investirà 330 milioni di dollari per rinnovare il centro di distribuzione di Opelousas (Louisiana), con l’obiettivo di raddoppiare la capacità di spedizione. Oltre il 60% dei negozi USA riceve merci da centri automatizzati e più del 50% dei centri e-commerce è automatizzato, con una riduzione dei costi di spedizione pari a circa 30%.

I nuovi centri di fulfilment sono due volte più produttivi dei centri tradizionali, grazie a robotica, sistemi di tracciamento avanzati e automazione dei processi ripetitivi. Questa strategia consente di rafforzare la solidità operativa e migliorare le performance omnicanale.

Sostenibilità: l’impatto delle regole IMO

La sostenibilità sta diventando un pilastro centrale del trasporto marittimo. Uno studio pubblicato dalla Royal Society of Chemistry ha analizzato le emissioni nel Nord-Est Atlantico, verificando l’impatto delle normative IMO sui carburanti.

I risultati mostrano un drastico calo del contenuto medio di zolfo nei carburanti navali: nel 2019 era 3,03%, nel 2021 0,31% e nel 2022 0,25%, quasi dieci volte in meno, dimostrando l’efficacia delle regole entrate in vigore nel 2020. La conformità è elevata: tra il 2021 e il 2022 solo 5 navi su 78 superavano il limite dello 0,5% di zolfo. Nelle aree SECA europee, come la Manica, i livelli medi sono stati appena 0,04%, ben al di sotto del limite dello 0,1%.

Questo evidenzia una transizione strutturale verso carburanti più puliti, anche se permangono rischi reputazionali e operativi legati a operatori non conformi. Per le aziende, la scelta di partner affidabili e aggiornati sulle normative diventa sempre più cruciale, soprattutto in vista dell’estensione delle zone a emissioni controllate nel nord-est Atlantico prevista dal 2027.

Equilibrio strategico tra rischio, efficienza e sostenibilità

Nel 2026, il commercio marittimo globale si trova al centro di tre forze convergenti: volatilità geopolitica, trasformazione tecnologica e pressione ambientale. Automazione, digitalizzazione e adeguamento normativo non sono più scelte opzionali, ma leve strategiche per contenere i costi, rafforzare la solidità operativa e mantenere competitività nel lungo periodo.

In un sistema sempre più interconnesso e regolamentato, il vantaggio competitivo non dipenderà solo dalla capacità di reagire agli shock, ma dalla visione con cui le imprese sapranno integrare innovazione, compliance ambientale ed efficienza lungo l’intera catena del valore.