La scorsa settimana si è tenuto il tanto atteso vertice NATO a Vilnius e qualche giorno dopo l’incontro di Joe Biden con i leader di Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda. Si è parlato di Ucraina, di ingresso della Svezia nell’Alleanza che segue quello della Finlandia, di Turchia e Unione europea.
Se il focus di Vilnius era comprensibilmente sulla situazione in Ucraina, l’elefante nella stanza era la Cina. Pechino rappresenta infatti la principale preoccupazione per il blocco euroatlantico e ciò determina la postura nelle relazioni politiche ed economiche internazionali dei Paesi alleati.
Le decisioni al vertice
La NATO si allarga. Il presidente turco Erdogan e il premier svedese Kristersson hanno trovato un accordo per far avanzare la domanda di adesione svedese all’Alleanza Atlantica, sbloccando una situazione di stallo durata più di un anno. Il governo svedese aveva firmato il protocollo di adesione a luglio 2022, a pochi mesi dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, ma l’accordo unanime necessario non era stato trovato per l’opposizione della Turchia e inizialmente dell’Ungheria (che poi ci ha ripensato).
La Turchia si era opposta accusando Stoccolma di sostenere e proteggere esponenti del Partito dei lavoratori curdi (PKK), considerata dal governo turco un’organizzazione terroristica. Pare che l’accordo sia stato trovato con l’impegno della Svezia di rivedere la sua politica verso gli esuli curdi e quello dell’UE di valutare una ripresa del dialogo con la Turchia per una maggiore collaborazione tra Bruxelles e Ankara.
Secondo fonti stampa turche, il parlamento di Ankara discuterà la ratifica già questa settimana. Mancherebbero poi alcuni passaggi istituzionali, ma è ormai chiaro che presto la Svezia sarà il 32esimo stato a diventare membro dell’Alleanza atlantica.
Il concetto strategico anticinese
A conferma della linea inaugurata dal nuovo Concetto strategico dell’Alleanza rilasciato un anno fa, primo documento programmatico Nato in cui la Cina veniva enfatizzata come minaccia e sfida sistemica per la sicurezza euro-atlantica, anche al vertice di Vilnius è stato citato il ruolo della Cina in questo senso.
Questa posizione non ha mancato di suscitare l’irritazione di Pechino, la quale per bocca di un portavoce della Missione cinese presso l’Unione europea ha dichiarato di opporsi fermamente alla ‘espansione verso est’ della Nato nella regione dell’Asia-Pacifico. Washington, infatti, vorrebbe coinvolgere di più la Nato nelle questioni asiatiche, un ulteriore segno del fatto che Pechino rappresenta la priorità per la Casa Bianca nonostante la guerra in corso contro la Russia.
Un mondo non più piatto
Ormai quasi venti anni fa il saggista Thomas Lauren Friedman analizzava un mondo diventato piatto grazie a una serie di cause ed effetti legati alla globalizzazione. Tra questi, citava espressamente il supply chaining, ovvero la collaborazione orizzontale tra fornitori, venditori e clienti; ma anche il processo di delocalizzazione verso la Cina e il progressivo livellarsi delle differenze regionali. Oggi quello a cui stiamo assistendo è una ridefinizione di questo concetto, in un mondo che è sempre meno piatto dove muri e barriere vengono create o ricreate. Dove le supply chain globali pongono delle incognite, per chi è stato finora abituato a pensare a una sostanziale libertà di azione e collaborazione internazionale (pensiamo solo alla value chain dei semiconduttori).
Oggi questa collaborazione da mondo piatto sembra venire meno e il vertice NATO a Vilnius e il summit di Helsinki ribadiscono da un lato quanto ancora l’influenza degli Stati Uniti sia preponderante in Europa, e dall’altro quanto i Paesi europei sono sempre più chiamati a scegliere esplicitamente da che parte stare, con un impegno che aumenterà progressivamente nel settore della difesa in funzione sì antirussa, ma in prospettiva anticinese. Una logica che segue quella valoriale, semplificatrice e strumentale, che oppone le democrazie agli autoritarismi, richiamando infine anche quella economica di de-risking.
Da un punto di vista politico, e per certi versi normativo se si pensa alle leggi approvate dal blocco euroatlantico, rispetto a semiconduttori e materie prime critiche e al botta e risposta con i controlli sulle esportazioni della Cina, il configurarsi del nuovo sistema ci porterà verso un mondo “ondulato” e diviso in blocchi progressivamente sempre più armati. Nonostante i tentativi di “autonomia strategica” europea le voci che richiamano a un out-out costringono a ripensare le interdipendenze. Tornando alla NATO nella sua versione aggiornata, si può dire che il suo ruolo sarà sempre più rilevante nelle supply chain globali in relazione alla protezione delle infrastrutture chiave, nella gestione delle crisi e nel proteggere gli interessi euroatlantici. Un conflitto Occidente-Oriente non è inevitabile, ma uscire da una logica manichea è sempre più complicato e mina le certezze sull’approvvigionamento globale visto il potenziale scontro nell’Indo-Pacifico.

