Dopo che il 7 ottobre i militanti islamisti di Hamas hanno attaccato il territorio di Israele in un’azione terroristica, è arrivata la risposta di Tel Aviv con bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
La guerra in atto è già una catastrofe umanitaria con migliaia di morti civili. Una situazione che influenza anche gli equilibri economici regionali e globali, dato il ruolo di Israele nell’economia globale.
Guerra e tecnologia
L’industria tecnologica nel suo complesso è stata il settore in più rapida crescita in Israele negli ultimi decenni, rappresentando il 14% dei posti di lavoro e quasi un quinto del PIL.
Sono 500 le multinazionali che operano in Israele, soprattutto centri di R&D e start-up israeliane collegate a Intel, IBM, Apple, Microsoft, Google e Facebook. Il paese è ora sotto gli attacchi terroristici di Hamas e ha dichiarato lo stato di guerra, molti lavoratori e dirigenti di alto livello stanno prestando servizio come riservisti nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dopo il richiamo di 300.000 riservisti per l’invasione della Striscia di Gaza.
Tra le aziende tecnologiche, Intel è diventata il più grande datore di lavoro ed esportatore privato del paese e leader locale nel settore dell’elettronica e dell’informazione. Ha tre centri di sviluppo ad Haifa, Petah Tikva e Gerusalemme. All’inizio di quest’anno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Intel avrebbe investito 25 miliardi di dollari in un’altra fabbrica che sarebbe stata aperta nel 2027. Il più grande investimento internazionale mai effettuato nel paese, che si aggiungerebbe ai suoi impianti di chip e centri di design. Una fabbrica in costruzione di Intel è a 12km di distanza da Gaza.
L’altro aspetto rilevante è che da Gaza, una prigione a cielo aperto da cui uscivano pochissime persone, arrivavano in territorio israeliano migliaia di palestinesi per lavoro. Anche l’interruzione dei trasporti, comprese le cancellazioni dei voli e i blocchi delle rotte marittime, ha avuto un profondo impatto sulle supply chain.
Le conseguenze della frammentazione
Nel complesso, il conflitto Israele-Hamas ha introdotto sfide e incertezze sostanziali nella catena di fornitura dell’elettronica, colpendo le società multinazionali, gli impianti di produzione e la circolazione di manodopera qualificata e merci. Una situazione che rischia di acuirsi se a seguito del protrarsi della guerra, dei bombardamenti a tappeto della Striscia e di una possibile invasione, entreranno nel conflitto anche altri paesi nella regione. Infatti, alcune delle implicazioni globali più ampie per la catena di approvvigionamento dipendono dalla durata e dall’intensità del conflitto, nonché dall’eventuale diffusione ad altre parti della regione come Iran, Libano e Arabia Saudita, se si considera che le principali spedizioni marittime attraversano lo Stretto di Hormuz, Bab-el-Mandeb e il Canale di Suez.
La situazione attuale evidenzia la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali ai conflitti geopolitici. La via della frammentazione e dei disordini regionali, dall’Africa all’Europa dell’est fino al vicino Oriente, sta causando una profonda incertezza con i leader delle supply chain chiamati a considerare i rischi geopolitici quasi quotidianamente.
È necessario un alto tasso di adattabilità e pianificazione di emergenza in tempi così turbolenti, ma non esistono vere e proprie contromisure per far fronte a questo tipo di eventi. In questo momento l’incertezza fa da padrona. Come scrive Le Grand Continent, la reazione al conflitto è molto più divisa rispetto alla reazione all’invasione russa dell’Ucraina. Nel caso israelo-palestinese, pochi paesi supportano Hamas, tanti supportano Israele e sempre un numero rilevante è invece favorevole alla de-escalation (senza prendere una posizione netta).
Fermare l’escalation
In questo momento ciò che deve essere prioritario per le cancellerie europee è cercare di fermare l’escalation. La rappresaglia del governo israeliano, inizialmente giustificabile considerata la ferita subita, rischia ora di diventare una vera e propria guerra totale al limite della pulizia etnica. Nella ferma condanna di Hamas ma anche dei bombardamenti indiscriminati sui civili, i paesi occidentali dovrebbe utilizzare la diplomazia con i paesi alleati nella regione e fermare l’escalation.
Una guerra regionale in Medio Oriente, sommata alle altre linee di faglia o ai conflitti esplosi recentemente (tra guerra a bassa intensità in Siria, colpi di Stato africani, guerra russo-ucraina e tensioni nei Balcani), oltre ad essere quasi certamente una catastrofe umanitaria potrebbe essere la miccia verso un punto di non ritorno, per cui anche le catene di approvvigionamento verso l’Europa verranno compromesse. Un ulteriore colpo alla globalizzazione del commercio.

