a cura di Micol Barba, Editor in chief

 

Cosa mostriamo di noi agli altri? Come siamo percepiti, se non giudicati a priori?

È una domanda che ricorre lungo tutta la nostra esistenza, sia personale che lavorativa, la cui risposta a volte ci sembra ingiusta, altre ci gratifica, di rado la riconosciamo come totalmente aderente. Noi stessi, del resto, stentiamo a riconoscere la nostra voce nei vocali di whatsapp o il nostro riflesso, passando davanti a una vetrina.

Eppure, per quanto la risposta a questa domanda produca qualche ansia, anche quando ce la diamo da soli, siamo incuriositi dal pensiero altrui, che però non è neppure sempre facile ottenere, anche quando espressamente richiesto, ostaggio di un certo gioco di ruoli o di un mistificante politically correct.

In questo numero del magazine abbiamo dunque provato a fare questo esercizio di descrizione del “procurement visto da fuori” e, proprio per le considerazioni suddette, non è stato semplice: abbiamo ottenuto una fotografia parziale. Nessuno in un contesto aziendale si sente forse libero di “dire la sua”, forse perché malgrado i molti passi e attestazioni di crescita, il procurement è ancora tra le funzioni che “son sospese”.

Quindi attraverso queste pagine e i tanti momenti insieme che vi proponiamo nel corso dell’anno, proviamo ad essere i vostri pennelli e tavolozze, utili a definire il ritratto di voi stessi, scolorendo certi stereotipi ed evidenziando i riconoscimenti del vostro lavoro, quando doverosi.

A tale proposito, sull’essere e il sapersi raccontare, mi viene in mente l’esempio di Vivian Dorothy Maier, che gli amanti della fotografia conosceranno soprattutto perché negli ultimi anni sono innumerevoli le mostre dedicate alle sue opere. Nata a New York nel 1926 e morta nel 2009, ha lavorato tutta la vita come tata e, negli anni, ha riempito di sue foto, scattate per strada nei giorni liberi, scatoloni che traslocava con sé ogni volta che cambiava famiglia. Considerata oggi esponente di spicco della street photography, di questa attività artistica si sapeva ben poco fino a qualche anno prima della sua scomparsa. Ci si chiede perché abbia sempre celato questa sua capacità. Forse la riteneva solo un suo hobby senza valore o magari temeva di esporla e dunque di esporsi al giudizio degli altri.

Non tutti pensano che l’affermazione di sé debba passare dal proprio operato, eppure anche le “non scelte”, ci spiega Sartre, padre dell’esistenzialismo, sono scelte.

In realtà il giudizio è sempre in agguato, senza essere di per sé avverso, semmai possono indurlo le nostre azioni carenti.

Come diceva una vignetta letta qualche giorno fa, “giudichiamo la storia prima che sia lei a giudicarci”. Un mes-saggio amaro che dovrebbe essere di sprone affinché ognuno di noi lavori ogni giorno per costruire e comunicare il proprio impegno. Sempre per dirla con Sartre, l’uomo è “condannato alla libertà”: egli determina, attraverso quello che sceglie di essere, dunque di fare o non fare, l’emancipazione del suo ruolo nel mondo e del mondo.


 

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