I chip sono beni sempre più ambiti per il ruolo che svolgono negli strumenti tecnologici e di intelligenza artificiale. Realizzarli è un processo difficile e costoso che coinvolge molteplici Paesi, in diversi continenti.

Negli ultimi anni è uno dei principali temi del confronto geopolitico tra Cina e Stati Uniti e al centro di nuove tensioni. Vista la complessità dell’industria la competizione non può essere l’unica chiave, ma serve anche una buona dose di collaborazione.

La guerra dei chip

Dopo aver realizzato uno speciale di approfondimento durante la crisi dei semiconduttori, siamo periodicamente tornati su questo argomento per ragionare sulle novità e sull’evoluzione delle supply chain tecnologiche.

A seguito delle restrizioni poste dagli Stati Uniti su Huawei e l’aver impedito alla Cina di commerciare con partner strategici per i chip di ultima generazione, Pechino ha vietato ai propri funzionari pubblici di utilizzare gli iPhone. Nonostante le sanzioni promosse da Washington, però, l’uscita dell’ultimo modello cellulare di Huawei ha fatto preoccupare gli Stati Uniti. Il Mate 60 Pro prodotto dall’azienda di telefonia cinese presenterebbe al suo interno chip da 7 nanometri, che teoricamente la Cina non poteva produrre.

Di conseguenza si è parlato di aggiramento di sanzioni o di aumento della capacità tecnologica cinese. Forse quello che preoccupa maggiormente gli Stati Uniti è la seconda possibilità, ma anche la poca efficacia dei metodi sanzionatori non sarebbe un segno positivo per la principale grande potenza mondiale. La risposta più plausibile sembra essere ormai che il gigante tecnologico cinese Semiconductor Manufacturing International Corp. (SMIC) ha raggiunto un traguardo importante creando un processore avanzato da 7 nanometri che si avvicina alle capacità di alcuni dei migliori chip.

Interconnessione globale  

Nel contesto del confronto per i chip, raggiungere l’autarchia sembra qualcosa di impossibile. Basta notare le interconnessioni per il reperimento delle materie prime, per la progettazione e per il design, arrivando fino alla produzione. Collegamenti che spesso coinvolgono più continenti, senza contare l’assemblaggio in telefoni e computer e la messa in vendita.

I Paesi Bassi sono uno snodo principale grazie a un macchinario di ASML che ha richiesto decine di miliardi di dollari e diversi decenni per essere sviluppato, come racconta Chris Miller nel libro Chip War. Lo stesso Miller racconta anche come Nvidia, l’azienda statunitense che produce chip che alimentano l’intelligenza artificiale, si è recentemente accorta che i semiconduttori utilizzati per la grafica dei videogiochi potevano essere utili nell’addestramento dei sistemi AI. All’inizio di quest’anno, il suo valore di mercato è aumentato di 184 miliardi di dollari in un solo giorno e se fosse riuscita ad acquisire la Arm avrebbe avuto un dominio indiscusso sul mercato. Inoltre, un ulteriore collegamento riguarda proprio i chip di Nvidia, che come altri sono prodotti in uno stabilimento nella contesa isola di Taiwan.

Nel report dello scorso anno abbiamo analizzato questo mercato interconnesso, con gli Stati Uniti che si sono concentrati sulla ricerca e sul design mentre hanno fatto affidamento sui collegamenti con Africa, Paesi Bassi e Asia orientale per materie prime, capacità tecnologiche e prodotti finiti. Collegamenti a rischio di colli di bottiglia e soggetti a tensioni geopolitiche vecchie e nuove, che sottolineano la necessità di sinergie.

Tra competizione e collaborazione

In questo contesto la domanda è se è possibile vincere una sfida di tale portata, che riguarda una tecnologia che potrebbe portare a un dominio economico e militare. Ci troviamo di fronte a una corsa per il primato tecnologico simile a quella avvenuta per la bomba atomica e quindi potenzialmente game changing?

Molteplici paesi stanno partecipando a questa competizione, ma a differenza del contesto tecnologico della Seconda guerra mondiale, in ultimo descritto nel recente film Oppenheimer, oggi l’interdipendenza tra Paesi è aumentata enormemente. Per quanto paradossale possa sembrare, costruire microchip per accaparrarsi grosse fette di mercato è molto più oneroso che realizzare una bomba atomica, perché riguarda tecnologie utilizzate da miliardi di persone e prodotti realizzabili grazie a catene del valore molto lunghe.

Agire da soli, o frammentando il mondo in aree di influenza, per un settore ad alta tecnologia così costoso e complesso difficilmente funzionerà. Specie perché è molto difficile chiudere completamente a Paesi competitor catene di approvvigionamento globali, facilmente aggirabili attraverso Paesi terzi. La cosa auspicabile per il bene delle aziende, anche italiane, è che la retorica da guerra fredda tecnologica si stemperi e che si possa arrivare a un rapporto collaborativo tra grandi potenze, come Cina e Stati Uniti, ancora interdipendenti e con aree di influenza enormi che recentemente hanno assunto un approccio protezionistico. Realizzare chip è un processo preciso, difficile e dispendioso.

Per questa ragione un approccio più collaborativo tra le principali potenze attive in questo gioco, tra cui anche Unione europea e India, potrebbe mitigare le tensioni geopolitiche e prevenire effetti a catena che per alcune aziende e Paesi porterebbero a delle crisi di materie prime come quelle che abbiamo già vissuto. Ma escludere la Cina da questo consesso potrebbe non ripagare nel lungo periodo.