Posted On 16 Ottobre 2019 By In Innovazione With 76 Views

La diffusione dell’intelligenza artificiale in Europa

AI in europa

Una ricerca del 2019 di McKinsey Global Institute ha analizzato la diffusione dell’ intelligenza artificiale in Europa e come fronteggiare il digital gap esistente nei confronti dei leader mondiali. La digitalizzazione è una componente fondamentale per diffondere l’AI ma negli ultimi anni  il divario con gli Stati Uniti non sembra ridursi. Anche se l’Europa registra il 25% delle start up di AI, gli investimenti su questa tecnologia nella fase iniziale sono decisamente inferiori rispetto a quello di Cina e Usa e, per la maggior parte dei casi, si tratta di progetti pilota. Questo ritardo nell’adozione potrebbe favorire altre aree geografiche per quanto riguarda la posizione digitale, pertanto, per colmare il gap digitale in ambito AI, l’Europa dovrà concentrarsi su 5 aree:

  • sviluppo continuo di un ecosistema di deep tech e start up di AI;
  • accelerazione nella trasformazione digitale e innovazione AI nelle imprese;
  • progressi nel mercato unico digitale;
  • sviluppo nella ricerca, istruzione e competenze pratiche;
  • come gestire e guidare un’azienda al presentarsi di un’eventuale disruption;

L’Europa e il rapporto con l’AI

Le aziende europee si stanno muovendo in direzione dell’intelligenza artificiale in quanto si ritiene che possa contribuire alla crescita della regione. Ciò nonostante l’Europa rischia di rimanere indietro, poiché i leader mondiali dell’AI, gli Stati Uniti e la Cina, continuano ad avanzare in modo aggressivo nell’adozione e nella diffusione. Inoltre, il raggio di adozione si sta espandendo con paesi come Canada, Giappone e Corea del Sud che stanno facendo passi da gigante. L’Europa ha innegabilmente molti punti di forza, tra cui un numero crescente di fiorenti hub digitali e una vasta serie di istituti di ricerca di livello mondiale, elementi  che potrebbero farla diventare il più grande centro in più rapida crescita di sviluppatori professionisti.
Decidere di aprirsi all’AI comporta una serie di rischi a livello di occupazione, come work place disruption e la necessità di skill sempre più ricercate.

Il gap in AI si aggiunge a quello digitale

L’Europa non è ferma sul digitale e sull’AI infatti ha investito un capitale quattro volte maggiore rispetto a quello di cinque anni fa, con quasi sei milioni di sviluppatori professionisti, più che negli Stati Uniti. Tuttavia, l’Europa potrebbe aver bisogno aumentare gli sforzi per sviluppare tecnologia e, quindi, AI. Come già affermato, l’Europa è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e ad alcuni paesi asiatici, in particolare la Cina, in termini di sviluppo dei leader della tecnologia digitale. Sebbene il PIL europeo sia paragonabile a quello degli Stati Uniti e poco più avanti di quello cinese, la porzione digitale e di intelligenza artificiale del settore europeo delle TIC oggi rappresenta circa l’1,7 % del PIL, piuttosto inferiore rispetto alla quota in Cina del 2,2 % e solo metà della quota del 3,3 % negli Usa.

Si deve ricordare che l’Europa ha un profondo talento tecnologico, con i migliori centri universitari in AI e informatica, in particolare in Francia, Germania, Svizzera e Regno Unito. L’Europa aggiunge costantemente alla sua forza lavoro laureati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) e lo fa a un ritmo leggermente più veloce rispetto agli Stati Uniti.  Guardando specificamente agli sviluppatori di software, l’Europa oggi ha 5,7 milioni di professionisti (rispetto ai 4,4 milioni negli Stati Uniti) e il numero europeo è cresciuto a un ritmo sostenuto del 10 percento ogni anno.

Esempi di AI in Europa

La Commissione europea ha investito circa 2,6 miliardi di euro nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica nell’ambito del piano Horizon 2020 (e all’incirca lo stesso importo nel calcolo ad alte prestazioni). La Commissione europea stima inoltre che altri 2,1 miliardi di euro di investimenti privati saranno destinati a uno dei più grandi programmi di ricerca civile al mondo sui robot intelligenti. Molte realtà comunque stanno già ricorrendo all’intelligenza artiificiale, per esempio:

  • Spotify offre a milioni di abbonati digitali il “Discover Weekly”, sviluppato internamente e basato sull’AI, crea playlist personalizzate di nuova musica generate grazie ad approfondimenti sui gusti dei clienti.
  • Ocado, rivenditore online con sede nel Regno Unito, ha sviluppato una propria piattaforma di robotica intelligente per costruire la sua logistica al dettaglio completa. Utilizza inoltre applicazioni AI per gestire i flussi logistici, limitare le frodi e personalizzare le offerte online.
  • Connecterra nei Paesi Bassi sta usando l’IA per rendere l’agricoltura più efficiente e quindi nutrire in modo sostenibile le generazioni future.
  • Il Gruppo Volvo Car ha recentemente stanziato dal 4 al 5 percento delle sue entrate annuali per l’implementazione di nuove innovazioni per auto elettriche, molte delle quali sono abilitate da AI e connettività.

La verità però è che le iniziative di AI a livello europeo rimangono frammentate e che gli investimenti, rispetto ai competitor, si assestano su cifre irrisorie. Si consideri, ad esempio, che l’investimento di 2,6 miliardi di euro in intelligenza artificiale e robotica annunciato dalla Commissione europea sia solo leggermente superiore all’importo che la Cina sta spendendo ($ 2,1 miliardi) in un singolo parco tecnologico di intelligenza artificiale in un sobborgo occidentale di Pechino. In aggiunta, l’Europa non ha una propria versione dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della difesa (DARPA) degli Stati Uniti, che effettua investimenti strategici in tecnologie rivoluzionarie ritenute vitali per la sicurezza nazionale.

Una forte spinta all’economia

Se l’Europa dovesse aumentare l’intelligenza artificiale in base all’attuale insieme di competenze, stato di digitalizzazione e altre capacità e risorse fino ad oggi, potrebbe potenzialmente aggiungere fino a 2,7 trilioni di euro di PIL alla sua economia combinata di 13,5 trilioni di euro, risultando nell’1,4% del tasso composto di crescita annuale fino al 2030 (o 19% cumulativo) L’Europa potrebbe anche essere vicina a mantenere lo stesso livello di occupazione a tempo pieno di oggi, ma un’occupazione con un profilo di competenze più elevato. Se l’Europa migliorasse sufficientemente le proprie risorse e competenze per raggiungere la frontiera dell’intelligenza artificiale degli Stati Uniti, il potenziale potrebbe essere ancora più elevato. La crescita del PIL potrebbe accelerare di altri 0,5 punti all’anno, aggiungendo ulteriori 900 miliardi di € al PIL e portando il potenziale aumento dell’IA totale a 3,6 trilioni di euro entro il 2030.

Maggiore produttività senza sacrificare posti di lavoro?

Il ricorso alla tecnologia, nel corso degli anni, ha significato da una parte l’eliminazione di alcune mansioni e di conseguenza di forza lavoro, ma dall’altra ha creato nuove figure. È ovviamente impossibile prevedere con precisione tutti i lavori che potrebbero essere creati attraverso l’IA, così come sarebbe stato impossibile immaginare un impiego per gli sviluppatori web e gli esperti di social media 50 anni fa. Offrendo una stima approssimativa, tuttavia, si ritiene che nell’UE-28, in media, l’AI  potrebbe consentire la creazione di tanti nuovi posti di lavoro quanti sono i lavori che vengono modificati. Uno dei motivi è che, in generale, la crescita economica non è esclusiva della tecnologia (anche se quest’ultima contribuisce in modo determinante) e può continuare a richiedere un certo impiego. Altri fattori critici possono influire sull’occupazione totale a lungo termine. Il primo riguarda il livello delle TIC e le competenze digitali. Sulla base dei primi parametri di lavoro, sette milioni di nuovi posti di lavoro che prima non esistevano potrebbero essere aggiunti all’economia europea come risultato di nuovi prodotti e servizi abilitati da AI. È probabile che questi nuovi tipi di posti di lavoro si concentrino nelle TIC e nelle competenze digitali e includerebbe, tra gli altri, esperti di sicurezza informatica, analisti di big data,
e programmatori. Una potenziale divisione dell’occupazione potrebbe essere il 25% nella creazione e fornitura di tecnologia, il 40% che consente l’adozione, il 25% che utilizza e lavora  sulla tecnologia e circa il 10% in altre professioni correlate.

Creatori e fornitori di tecnologia

Sono direttamente coinvolti nella creazione della tecnologia e dell’infrastruttura di automazione (ad esempio, ingegneri per l’Internet of Things, progettisti di robot e sviluppatori di software). Il problema dell’Europa è che potrebbe non cogliere appieno il potenziale fino ad oggi per questa categoria di posti di lavoro. In generale, l’Europa ha un settore ICT più piccolo rispetto ad altri paesi di frontiera, come gli Stati Uniti, e, inoltre, è stato finora un importatore di servizi digitali.

Abilitatori

Coloro che aiutano a massimizzare il valore aggiunto della tecnologia. Esempi chiave sono gli analisti di dati e creatori di insight aziendali. Una delle sfide dell’Europa è la capacità di fornire questo tipo di lavoro. Attualmente, i laureati in ICT rappresentano meno dell’uno per mille della popolazione attiva e il loro numero sta crescendo ad un ritmo del 5% all’anno, il che non è sufficiente per soddisfare il pieno bisogno che prevediamo. La Commissione europea stima fino a 500.000 posti vacanti per i professionisti delle TIC in Europa nei prossimi cinque anni.

Utenti e lavori correlati

La prima categoria si riferisce ai lavori collegati a nuove applicazioni per le tecnologie di automazione, come quelle relative ai big data e all’analisi avanzata. Il secondo riguarda le professioni che potrebbero includere, ad esempio, esperti legali e commercialisti. Il problema dell’Europa qui è che la concentrazione dell’occupazione nelle aziende ad alta intensità di conoscenza è rimasta costante negli ultimi cinque anni, circa il 13% dell’occupazione totale. Al contrario, negli Stati Uniti, i lavori in attività commerciali ad alta intensità di conoscenza rappresentano già il 17% del totale.

Tuttavia, il dinamismo imprenditoriale si concentra solo nelle piccole imprese e non è chiaro quanto tempo impiegherà questo dinamismo a tradursi in un significativo impatto macroeconomico sull’occupazione in Europa. L’innovazione nelle grandi imprese  è in ritardo rispetto a quella delle controparti statunitensi. In effetti, l’intensità di ricerca e sviluppo dei business statunitensi sono più alte e in aumento, mentre quelle europee sono stagnanti.  L’effetto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è molto sensibile al modo in cui il mercato europeo dei prodotti e del lavoro interagisce con la diffusione della tecnologia. Infatti un aumento delle capacità innovative può portare all’aumento proporzionale della metà dell’occupazione entro il 2030. Ovviamente è vero anche il contrario: se l’Europa perde l’innovazione nella corsa all’intelligenza artificiale, rischia più cambi di lavoro che posti guadagnati.
Il messaggio è quindi chiaro: una maggiore innovazione dell’IA, una maggiore fluidità nella riallocazione del lavoro e l’internalizzazione dei guadagni dell’IA in Europa probabilmente determineranno il destino dello sviluppo del lavoro nella regione. Il potente sviluppo dell’IA può essere la migliore copertura e può anche essere il catalizzatore per nuovi posti di lavoro in Europa in futuro

 

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