Posted On 23 Settembre 2019 By In Innovazione With 185 Views

La tecnologia spinge le aziende al reskilling

La tecnologia spinge le aziende al reskilling

Aggiornare le competenze interne è diventata ormai la priorità per tutte le realtà globali. L’avvento di nuove e sofisticate tecnologie, nel panorama della quarta rivoluzione industriale, richiede reskilling per i lavoratori per i prossimi tre anni.

Reskilling delle soft skill

Uno studio condotto da Ibm Institute for Business Value, basato su un campione di  5.600 top executive di 48 paesi, ha analizzato l’impatto che la robotica e l’intelligenza artificiale avranno sulle aziende e sui loro lavoratori.

A emergere è l’assoluta necessità, nei prossimi tre anni, di formazione dei dipendenti sulle cosiddette soft skill. Si tratta di competenze trasversali che, rispetto al know-how tecnico, sono  più ostiche da insegnare e da applicare direttamente al proprio lavoro. Si stima che per un idoneo reskilling  siano necessarie circa 36 ore.

A preoccupare le aziende è, da una parte, la mancanza di talenti già formati da inserire e in grado di gestire e collaborare con intelligenza artificiale e machine learning; dall’altra, il tempo per apprendere che, se nel 2014 era stimato a circa 3 giorni, nel 2019 è aumentato notevolmente arrivando, come già accennato, a 36 giorni. Il gap tecnologico esistente da sanare è sempre più ampio. In questo senso molte skill richiedono tempo per essere interiorizzate sia perché altamente specializzate e specifiche di un settore sia perché, soprattutto nella sfera comportamentale, è risaputo che richiede maggiore sforzo cambiare radicalmente metodologie e comportamenti automatizzati e radicati nel tempo.

Ore in aula o davanti allo schermo di un pc non sono abbastanza, serve esperienza e tempo di applicazione. In un mondo agile, veloce e automatizzato, il fattore chiave di un’azienda sono lavoratori con capacità di adattamento e flessibilità. 

Una possibile soluzione

La conclusione a cui giunge Ibm nel suo studio è la ricerca di talenti a livello globale. Accanto al reskilling, il recruiting di competenze ed esperienze da tutto il mondo, lo spostamento interno all’azienda di risorse e addirittura l’inserimento di talenti da industry diverse da quello dell’azienda stessa.

Un’analisi svolta dal McKinsey Global Institute “Jobs lost, jobs gained: Workforce transitions in a time of automation”, concentratasi sul lavoro del futuro in vista dei cambiamenti generati dall’automazione, ha stimato che nel 2030 circa il 14% dei lavoratori a livello globale dovranno cambiare categoria professionale.

McKinsey inoltre nell’articolo ” Retraining and reskilling workers in the age of automation” sottolinea ancora l’urgenza dei manager nel “riqualificare” la propria forza lavoro. In passato i cambiamenti della società e della tecnologia erano più lenti e permettevano un ricambio generazionale nel lavoro ciclico ed efficiente. Oggi invece si assiste a un’ondata di trasformazione continua che non sembra volersi placare e chi non è abbastanza anziano per la pensione o abbastanza giovane per essere al passo con l’innovazione si trova in un limbo.

e-procrement

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Come le aziende vedono il reskilling

Negli  ultimi anni la spesa pubblica per la formazione della forza lavoro è diminuita costantemente in molti dei Paesi parte dell’OCSE e anche i fondi aziendali per tale scopo non hanno mostrato segni di ripresa. In un ulteriore sondaggio McKinsey rivolto a 300 dirigenti di aziende, nel settore privato e pubblico, il 66% considera il reskilling come unica priorità mentre il restante 33% lo inserisce tra le top 5.

Negli ultimi 5 anni solo un terzo degli intervistati è stato indotto dall’avvento delle nuove tecnologie a riqualificare o sostituire i propri dipendenti. Per quanto concerne i prossimi 5 anni invece il 62% ritiene di dover categoricamente intraprendere attività di reskilling o sostituire i dipendenti entro il 2023. Le differenze regionali in questo contesto si fanno sentire.

Se in Europa il 94% del campione crede in un mix tra nuove assunzioni e reskilling, negli Stati Uniti il 35% è favorevole al solo recruiting di nuovi talenti. E non è finita qui perché solo il 16% dei leader del settore privato si sentono preparati per colmare le lacune delle competenze della propria azienda mentre circa il 30% ritiene di essere molto impreparato. 

Le barriere al reskilling

Il sondaggio si è infine concentrato sul riconoscere cosa potrebbe ostacolare il processo di riqualificazione. 1/3 dei dirigenti sente il bisogno di modificare e ripensare la propria struttura di HR. Gran parte del campione si chiede invece quali saranno le competenze più richieste nel futuro e di che tipologia di talenti avvalersi nei prossimi 5-10 anni per rispondere alle loro esigenze di business. La digitalizzazione, l’automazione e l’AI stanno rimodellando interi settori e l’unica modalità per “ripagare” l’investimento iniziale è avere le persone e i processi giusti. Solo così le imprese rimarranno competitive. Questa direzione la conferma il 64% del campione che ha segnalato come fattore determinante per il reskilling della forza lavoro la volontà dei manager di aumentarne la produttività.

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