L’art. 603-bis del Codice Penale, denominato “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e oramai comunemente conosciuto come norma sanzionatrice del cosiddetto “caporalato”, prevede la punibilità di chiunque recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori; utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. La repressione del lavoro forzato si conferma una tematica prioritaria nella supply chain anche in Italia e dai casi recenti riportati dalla stampa emerge la necessità di affrontare seriamente il problema.

La portata del problema e il nodo selezione fornitori

Il rapporto “Profits and Poverty: the Economics of Forced Labour” dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) sottolinea che nell’ultimo anno i profitti da lavoro forzato hanno raggiunto i 236 miliardi di dollari, da cui emerge l’enorme sfruttamento che avviene a livello globale. Come scrive Anti-Slavery: “Ogni giorno, milioni di persone vengono sfruttate per soddisfare la nostra incessante ricerca di prodotti e servizi a basso costo , che vanno dall’elettronica di consumo e dall’abbigliamento a servizi quali la spedizione e la pulizia. Si ritiene che circa 27,6 milioni di persone siano intrappolate nel lavoro forzato in varie forme in tutto il mondo. Ciò include 17,3 milioni di persone sfruttate nel lavoro forzato nell’economia privata e 3,9 milioni che sono sottoposte al lavoro forzato imposto dallo Stato. Ciò include le catene di fornitura delle imprese internazionali che forniscono i nostri beni e servizi”. 

Da un sondaggio globale condotto da Infosys su oltre 2.500 dirigenti e manager aziendali è emerso che molte aziende non hanno adottato le misure più elementari per incorporare i principi Esg nella loro catena di fornitura. Il sondaggio mostra che il 99% degli intervistati desidera allineare i propri partner nella catena di fornitura agli obiettivi Esg, e che spesso ciò è il risultato della pressione di regolatori, clienti o investitori. Un gruppo considerevole di aziende del Regno Unito (40%) afferma di selezionare già partner o fornitori in base all’impatto Esg, lo stesso delle aziende nel complesso. La pressione sulle aziende affinché compiano progressi significativi non è mai stata così intensa e i comportamenti aziendali in materia Esg vengono modellati in modi inaspettati anche dalla pressione sociale e normativa.

La difficoltà della visibilità

Catene di approvvigionamento globali lunghe e complesse rendono più difficile per le aziende avere visibilità delle persone, dei luoghi e delle operazioni che compongono le loro reti di approvvigionamento. I casi di lavoro forzato, e talvolta particolari pratiche associate a rischi più elevati di questo problema, possono verificarsi a diversi livelli lungo la catena di approvvigionamento.

Solo una piccola parte delle vittime del lavoro forzato viene identificata ogni anno, poiché le catene di approvvigionamento sono complesse e i dati disponibili potrebbero non far emergere questo tipo di pratiche che spesso avvengono attraverso un’esternalizzazione di processi poso visibili.  Inoltre, in molti casi i lavoratori potrebbero avere paura di parlare apertamente, gli abusi sono spesso nascosti e determinano un ricatto, oltre alla probabilità che non ci sia traccia cartacea o prove oggettive a sostegno dei sospetti.

Le contromisure e i professionisti acquisti

Come sottolinea Giordano Fumarola, segretario generale della Filctem Cgil, intervistato dall’Adnkronos parlando degli ultimi casi di caporalato, questa situazione dipende in parte dal fatto che una eccessiva esternalizzazione e una legge sul Made in Italy dai confini troppo sfumati peserebbero sulle produzioni italiane, con il rischio di favorire situazioni di illegalità che possono sfociare nello sfruttamento dei lavoratori e nel mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. Fumarola sottolinea come secondo la norma Versace/Reguzzoni 55/2010 basti effettuare due sole fasi di produzione, come riaprire un’asola o attaccare un’etichetta, perché un capo possa definirsi made in Italy. Il problema è quindi da un lato una norma che non offre garanzie di avere una produzione rispettosa, ma dall’altro anche un fenomeno di appalto e subappalto su più livelli dove non avvengono i dovuti controlli a garanzia del rispetto dei diritti.

Ma un importante lavoro deve essere svolto dai responsabili acquisti e supply chain nel rapporto con i fornitori. Le organizzazioni devono riconoscere gli elementi che possono aumentare il rischio di lavoro forzato, anche quando è comune in un paese o in un settore. Per ridurre i rischi, le aziende acquirenti dovrebbero impegnarsi con i propri fornitori per comprendere e affrontare insieme le cause. Il lavoro forzato è complesso, i lavoratori possono entrare e uscire da queste situazioni nel corso del tempo e potrebbero non sentirsi a proprio agio nel condividere la realtà della loro situazione e non rendersi conto che la loro esperienza costituisce lavoro forzato. Diversi fattori contribuiscono a far sì che il lavoro forzato sia sotto-identificato nelle catene di approvvigionamento globali, nonostante emergano saltuariamente inchieste e scandali.