Mentre il Mondiale FIFA 2026 arriva alle sue fasi decisive, c’è una storia che scorre parallela a quella sportiva e che riguarda molto da vicino chi si occupa di infrastrutture e supply chain: quella di un evento così grande da mettere sotto pressione tutto ciò che lo sostiene.
Con 48 squadre e 104 partite spalmate tra Stati Uniti, Canada e Messico, questa è l’edizione più estesa nella storia della competizione. Ed è proprio questa scala fuori misura a portare con sé un problema concreto: reggere un evento del genere significa far funzionare stadi, trasporti, energia e servizi in un clima che si è fatto molto più imprevedibile.
Stadi sotto stress
Uno stadio, oggi, non è più solo il luogo dove si gioca. È un pezzo di infrastruttura vero e proprio, con investimenti immobiliari, flussi turistici enormi, reti energetiche e di trasporto, fornitori da coordinare.
Climate X ha analizzato 37 grandi stadi di calcio — i 12 impianti americani del Mondiale più 25 tra i principali stadi europei — guardando alla loro esposizione a dieci rischi climatici: alluvioni, cicloni, incendi, ondate di calore. Il risultato non è confortante: le perdite economiche legate al clima, stimate intorno ai 130 milioni di dollari nel 2020, potrebbero arrivare a 800 milioni entro il 2050 nello scenario a emissioni più alte.
La Florida, in questo senso, è il punto più delicato della mappa: tre degli stadi giudicati più a rischio si trovano lì, tra cui l’Inter&Co Stadium, il Camping World Stadium e l’Hard Rock Stadium.
E non si tratta solo di un rischio proiettato al 2050. Il caldo estremo è già un problema di questa edizione: secondo il report Pitches in Peril (Football For Future e Common Goal), 10 dei 16 stadi del torneo sono classificati a rischio molto alto di stress da calore, e alcune stime indicano che 14 impianti su 16 superano già oggi le soglie di sicurezza per il gioco. World Weather Attribution calcola che circa 26 delle 104 partite potrebbero disputarsi in condizioni oltre le soglie raccomandate per la salute degli atleti, mentre un’analisi di NPR indica che oltre un terzo delle partite è a rischio elevato per caldo e umidità — con un precedente già avvenuto: un assistente arbitro svenuto per il caldo durante una partita di Copa América nel 2024.
Quando il clima diventa un problema di supply chain
Il punto è che il rischio climatico non resta confinato all’edificio: si propaga lungo tutta la catena che fa funzionare l’evento. Energia, manutenzione, trasporti, sicurezza, hospitality, gestione rifiuti, fornitori tecnologici — sono tutti anelli della stessa catena, e basta un evento meteo estremo per far saltare più di uno di questi anelli insieme: costi di manutenzione che salgono, ritardi, servizi che si interrompono, polizze assicurative più care, interventi urgenti da finanziare in fretta.
Non sorprende quindi che la resilienza climatica sia diventata un tema centrale nella gestione di questi asset, e che modelli predittivi e digital twin vengano usati sempre più spesso per capire in anticipo dove intervenire, prima che sia il maltempo a deciderlo al posto tuo.
Il conto ambientale dell’evento
C’è poi un altro capitolo, quello dell’impatto ambientale del torneo in sé. Le stime indicano circa 9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente prodotte dal Mondiale, quasi il doppio della media storica delle edizioni precedenti e più del doppio delle 3,6-3,8 milioni di tonnellate stimate per Qatar 2022. Il confronto con Doha è istruttivo: là il torneo era concentrato in un’area ristretta ma aveva richiesto la costruzione di sette stadi da zero; qui gli impianti sono tutti già esistenti, ma la dispersione su tre paesi e 16 città fa esplodere la voce trasporti, che secondo alcune stime arriva a pesare per l’85% delle emissioni totali del torneo.
Gran parte di questo peso, quindi, non arriva dagli stadi ma dagli spostamenti: squadre, tifosi, staff, tutti in movimento su scala continentale. Per dare una misura concreta, un tifoso inglese che segua la propria nazionale lungo l’intera fase a gironi potrebbe generare da solo circa 3,5 tonnellate di CO₂ solo in voli — più delle emissioni annue pro capite di molti paesi europei.
È il rovescio della medaglia di un torneo così esteso: più pubblico raggiunto, ma anche più chilometri percorsi e più complessità da gestire.
Cosa sta facendo la FIFA
La FIFA ha varato per questa edizione una Sustainability & Human Rights Strategy, con criteri ambientali, sociali e di governance già richiesti alle città candidate fin dalla fase di selezione — gestione ambientale, approvvigionamento sostenibile, valutazione d’impatto, certificazioni degli edifici.
Una scelta che pesa particolarmente: tutte le partite si giocano in stadi già esistenti. Nessun nuovo impianto costruito da zero, e quindi meno consumo di risorse legato alle infrastrutture.
Non tutti, però, considerano sufficiente questo approccio. Alcune organizzazioni indipendenti — tra cui Scientists for Global Responsibility e Carbon Market Watch — fanno notare che le partnership commerciali della FIFA, in particolare con la compagnia petrolifera saudita Aramco, uno dei maggiori emettitori di CO₂ al mondo, stridono con la narrativa di sostenibilità costruita attorno al torneo. È un punto che ridimensiona, almeno in parte, l’immagine di un evento a basso impatto: gli interventi su stadi e certificazioni riducono un pezzo del problema, ma non intaccano la voce più grande, quella dei trasporti, né risolvono le contraddizioni legate agli sponsor.
La lezione che resta, anche dopo il fischio finale
Il vero lascito di questo Mondiale, alla fine, potrebbe non essere solo sportivo. Gli stessi ragionamenti fatti per gli stadi — conoscere i rischi climatici, monitorare gli asset critici, rendere le catene di fornitura più solide, usare i dati per decidere prima che i problemi arrivino — valgono identici per qualsiasi azienda che gestisca infrastrutture proprie.
Il cambiamento climatico sta ridisegnando il modo in cui si valuta il rischio. E la sostenibilità, sempre di più, non è solo una questione di emissioni da tagliare, ma di capacità di restare operativi quando le condizioni si complicano.
La partita più importante, insomma, non si gioca solo sul rettangolo verde. Si gioca nella capacità di progettare oggi le infrastrutture — e le catene che le sostengono — che dovranno reggere i prossimi cinquant’anni.

