Il procurement sta investendo sempre di più in tecnologia. Secondo la 2025 Global Chief Procurement Officer Survey di Deloitte, condotta su oltre 250 CPO in 40 Paesi, le funzioni acquisti destinano ormai circa il 20% del proprio budget alla procurement technology, quasi il doppio rispetto a quanto rilevato nel 2023.
Parallelamente continua ad ampliarsi l’offerta.
Il 22 settembre The Hackett Group ha pubblicato la Fall 2026 SolutionMap, che prende in esame 122 provider di procurement technology, attraverso oltre 500 verifiche funzionali distribuite su 16 categorie source-to-pay. Sei nuovi vendor sono entrati nella rilevazione rispetto all’edizione precedente, mentre quattro operatori già presenti hanno esteso la propria copertura ad altre categorie.
Anche il confronto con la precedente edizione è indicativo: nella Spring 2026 SolutionMap i provider valutati erano 118. Non è una misura dell’intero mercato, ma mostra un ecosistema in continua evoluzione.
Da una piattaforma a un ecosistema
Suite source-to-pay, contract management, supplier intelligence, risk management, spend analytics, intake & orchestration e applicazioni AI stanno ampliando le possibilità a disposizione dei CPO.
La software selection diventa quindi più articolata. Non si tratta soltanto di confrontare le funzionalità di due piattaforme, ma di capire come una nuova soluzione si inserirà nell’architettura tecnologica dell’azienda.
Interoperabilità, accessibilità dei dati e capacità di dialogare con ERP e sistemi già utilizzati diventano criteri importanti accanto alle performance della singola applicazione.
Ed è un’esigenza che trova riscontro anche nei dati. In una survey Gartner condotta su 140 senior supply chain leader di aziende con almeno 250 milioni di dollari di ricavi, il 56% indica l’integrazione dell’AI con sistemi e processi legacy come una delle principali difficoltà.
La tecnologia, quindi, non deve soltanto funzionare bene. Deve funzionare bene dentro un ecosistema che esiste già.
Il secondo fattore sono le competenze
L’integrazione tecnologica è soltanto una parte del problema.
Il 2026 NextGen Solutions Research Report, pubblicato il 23 settembre da Supply Chain Management Review sulla base di una survey condotta da Peerless Research Group, rileva che il 57% dei supply chain leader intervistati considera la mancanza di persone capaci di implementare e gestire le tecnologie next-gen il principale ostacolo alla loro adozione.
Una seconda ricerca Gartner porta a una conclusione simile: il 50% dei senior supply chain leader intervistati dichiara di avere competenze interne limitate per implementare e gestire l’AI.
Anche guardando specificamente al procurement emerge un gap. Su 101 CPO intervistati da Gartner tra gennaio e febbraio 2026, soltanto il 36% si dichiara molto sicuro della propria capacità di ridisegnare ruoli e processi intorno all’intelligenza artificiale.
Non è quindi una questione di ridurre gli investimenti. Al contrario, i dati mostrano che gli investimenti stanno aumentando. La sfida è creare le condizioni perché producano risultati.
Dall’acquisto all’adozione
In questo scenario cambia anche la valutazione dei provider.
Funzionalità e prezzo restano centrali, ma acquistano peso la capacità di integrazione, il supporto durante l’implementazione, la formazione e il trasferimento di competenze.
I dati Deloitte offrono anche un’indicazione sui possibili ritorni: nel campione analizzato, le organizzazioni classificate come “Digital Masters” hanno ottenuto in media un ritorno di 2,8 volte sugli investimenti in GenAI, contro 1,6 volte delle organizzazioni definite “Followers”.
La differenza, dunque, non sembra stare semplicemente nell’acquistare o meno tecnologia, ma nella capacità di inserirla in processi, dati e competenze adeguati.
Con un mercato procurement tech sempre più ampio, la software selection sta evolvendo di conseguenza: scegliere il provider giusto significa sempre più valutare non soltanto ciò che la tecnologia può fare, ma quanto velocemente l’organizzazione sarà in grado di trasformarne le capacità in risultati.



