Il PwC Third Annual State of Decarbonization Report (2026) descrive una transizione climatica che non sta rallentando, ma cambiando struttura. Dopo anni in cui la crescita degli impegni climatici era il tratto dominante, il sistema entra ora in una fase più selettiva: meno espansione degli annunci, più attenzione all’esecuzione e alla sostenibilità economica delle scelte.
Il dato principale è la continuità degli impegni: l’82% delle aziende ha mantenuto o accelerato i propri obiettivi climatici, nonostante un contesto caratterizzato da volatilità energetica, incertezza regolatoria e pressione sui costi. Al tempo stesso, circa il 18% ha ridotto il livello di ambizione, segnale non tanto di un arretramento generale, quanto di una fase di riallineamento tra obiettivi e capacità reale di esecuzione.
Supply chain e Scope 3: il punto più complesso della decarbonizzazione
Il report individua nelle supply chain globali il principale fattore di complessità della transizione, soprattutto per quanto riguarda le emissioni Scope 3, che rappresentano spesso la quota più significativa dell’impronta climatica delle imprese.
I dati evidenziano un divario strutturale:
- solo 56% delle aziende è in linea con gli obiettivi Scope 3
- circa 25% non ha visibilità oltre il primo livello di fornitori
- appena 18% monitora in modo sistematico la supply chain oltre il livello iniziale
Questo limite di visibilità crea una distorsione importante: le aziende possono intervenire solo sulle emissioni che riescono a misurare, mentre una parte consistente dell’impatto rimane fuori dal campo di osservazione diretto. Allo stesso tempo, la supply chain è sempre più esposta a fattori esterni che ne aumentano la fragilità operativa:
- instabilità geopolitica e commerciale
- volatilità dei mercati energetici
- rischi climatici su materie prime e logistica
- interruzioni ricorrenti nei flussi globali
La decarbonizzazione, in questo contesto, si intreccia direttamente con la resilienza operativa.
Investimenti e strategia: meno espansione, più selezione
Uno degli elementi più rilevanti del report è il cambiamento nella logica degli investimenti. Le aziende non stanno abbandonando gli obiettivi climatici, ma stanno diventando più selettive nel modo in cui li perseguono.
Nel 2025 si osserva una leggera riduzione della quota di capitale destinata ad attività legate alla transizione climatica, ma con un miglioramento della qualità degli interventi. La direzione è chiara: concentrare le risorse su iniziative con impatto misurabile e costi di abbattimento più efficienti.
Questa evoluzione si inserisce in un quadro più ampio in cui la decarbonizzazione viene sempre più trattata come una variabile economica, valutata in termini di rischio, ritorno e competitività.
Un ruolo centrale è svolto anche dal design dei prodotti: il report ricorda che fino all’80% dell’impatto ambientale di un prodotto viene determinato nelle fasi iniziali di progettazione, rendendo queste decisioni un punto critico per le emissioni future.
In diversi settori, questa integrazione sta già producendo effetti misurabili:
- crescita dei ricavi tra +6% e +25% per prodotti con caratteristiche sostenibili
- maggiore probabilità di essere in linea con gli obiettivi climatici, in particolare sullo Scope 3
- migliori performance finanziarie nei segmenti consumer più avanzati
Dati, AI e trasparenza: il limite non è tecnologico ma informativo
Il report evidenzia infine il ruolo crescente dei dati e dell’intelligenza artificiale nella gestione della decarbonizzazione, ma anche i limiti attuali del loro utilizzo.
- circa 60% delle aziende utilizza AI in attività legate alla decarbonizzazione operativa
- solo 20% la impiega in modo strategico
- meno dell’1% è in grado di misurare impatti emissivi direttamente attribuibili all’AI
Il problema principale non è la tecnologia, ma la qualità e la disponibilità dei dati lungo le supply chain. La frammentazione informativa limita la capacità delle imprese di misurare con precisione le emissioni e di intervenire in modo mirato. In parallelo, cresce la pressione esterna sulla trasparenza: le emissioni diventano sempre più verificabili attraverso fonti indipendenti, rendendo i dati climatici un elemento comparabile tra aziende e settori.
Una transizione più lenta nei numeri, più profonda nella struttura
Il quadro che emerge dal report è quello di una transizione che non perde slancio, ma cambia natura. La fase espansiva degli impegni lascia spazio a una fase più operativa, in cui la qualità delle decisioni prevale sulla quantità degli annunci.
Le supply chain restano il punto centrale di questa evoluzione: è lì che si concentra la maggior parte delle emissioni, ma anche la maggior parte delle vulnerabilità e delle opportunità di miglioramento.
In questo contesto, la decarbonizzazione non è più un percorso lineare verso un obiettivo dichiarato, ma un processo continuo di adattamento, in cui contano sempre di più visibilità, dati e capacità di gestione dell’intera catena del valore.

