Un prodotto può avere un prezzo più basso ma consumare più energia durante il suo utilizzo. Un altro può garantire minori emissioni ma richiedere un investimento iniziale superiore. Una soluzione può ridurre l’impatto ambientale e dipendere, allo stesso tempo, da una supply chain vulnerabile.
Il problema del procurement sostenibile sta quindi cambiando. Non si tratta più soltanto di introdurre criteri ambientali negli acquisti, ma di capire quanto debbano pesare rispetto a prezzo, qualità, resilienza e innovazione.
È una questione destinata a diventare sempre più concreta anche alla luce della proposta del nuovo Public Procurement Act, COM(2026) 590, presentata dalla Commissione europea il 9 settembre 2026.
Il nuovo quadro punta a superare una valutazione eccessivamente concentrata sul prezzo. La Commissione propone che almeno il 30% della valutazione delle offerte sia legato a criteri qualitativi, che possono comprendere aspetti ambientali e sociali, innovazione, sicurezza e resilienza.
Il prezzo non perde importanza: il buyer deve imparare a confrontarlo in modo più strutturato con altre dimensioni del valore.
Gli obiettivi green crescono più velocemente della capacità di misurarli
I dati OECD mostrano quanto questa transizione sia già avanzata e quanto rimanga difficile tradurla in risultati misurabili. Secondo Government at a Glance 2025, 24 Paesi OECD su 35, pari al 69%, hanno definito target quantitativi per il green public procurement.
Il problema emerge quando si prova a misurare ciò che questi criteri producono realmente. Tra i 29 Paesi OECD che dispongono di KPI per valutare il procurement pubblico, soltanto tre misurano effettivamente l’impatto ambientale degli acquisti. Altri undici stanno sviluppando metodologie per farlo.
Inserire un criterio ambientale in una gara è relativamente semplice. Molto più complesso è stabilire quante emissioni abbia evitato, quale riduzione dei consumi abbia prodotto e soprattutto quanto quel beneficio debba pesare rispetto al prezzo dell’offerta.
Il problema è rendere confrontabili dati diversi
Secondo l’OECD, una delle difficoltà riguarda disponibilità e qualità delle informazioni. I dati di procurement non sono sempre abbastanza granulari e la misurazione delle emissioni lungo il ciclo di vita continua a incontrare limiti metodologici.
Per il buyer la conseguenza è concreta. Confrontare due offerte da 100 e 110 euro è semplice. La decisione cambia se quella da 110 euro garantisce minori consumi energetici, meno emissioni e una durata superiore.
Quale delle due costa davvero meno?
È qui che strumenti come il Life-Cycle Costing acquistano importanza, estendendo la valutazione oltre il prezzo iniziale ai costi generati durante l’utilizzo: manutenzione, consumi energetici e fine vita del prodotto.
In alcuni casi il modello può spingersi oltre, attribuendo un valore economico anche alle esternalità ambientali.
Quando la CO2 entra nella valutazione economica
Un esempio arriva dall’Austria.
Secondo l’OECD, ÖBB, il gruppo ferroviario pubblico austriaco, ha sviluppato insieme all’Università tecnica di Graz un TCO CO2 calculator che integra gli impatti ambientali nel calcolo del Total Cost of Ownership.
Il modello considera le emissioni generate durante produzione, costruzione e utilizzo della soluzione, quantificandole e monetizzandole all’interno della valutazione dell’offerta.
Il passaggio è significativo: la CO2 non rimane un indicatore ambientale separato dal prezzo, ma diventa una variabile della decisione economica.
L’esempio mostra però anche la complessità del tema. L’OECD segnala che attribuire un prezzo alle emissioni presenta criticità: un valore troppo basso può rendere irrilevante il beneficio ambientale, mentre metodologie differenti possono produrre risultati diversi.
La questione non è quindi monetizzare ogni impatto, ma costruire criteri abbastanza solidi da consentire confronti trasparenti.
Quando sostenibilità e resilienza non indicano la stessa scelta
Una soluzione con minori emissioni potrebbe dipendere da un unico fornitore. Una tecnologia innovativa potrebbe avere migliori performance ambientali ma una supply chain ancora poco sviluppata. Una strategia di dual sourcing potrebbe aumentare la resilienza ma comportare costi superiori.
Sostenibilità, convenienza economica e sicurezza della fornitura non indicano necessariamente la stessa direzione.
La proposta europea porta ambiente, innovazione, sicurezza e resilienza all’interno dello stesso quadro decisionale. Per il Procurement diventa quindi necessario stabilire quali variabili debbano avere maggiore peso nelle diverse categorie.
Le emissioni possono essere determinanti nell’acquisto di acciaio, cemento o trasporti. La continuità della fornitura può diventare prioritaria per un componente critico. Consumi energetici, manutenzione e durata possono incidere maggiormente nella scelta di apparecchiature e tecnologie.
Non può esistere una scorecard identica per ogni acquisto.
Dal costo al valore
Il Total Cost of Ownership ha insegnato al Procurement che prezzo e costo non sono la stessa cosa. La sostenibilità introduce un passaggio ulteriore: costo e valore non sono necessariamente la stessa cosa.
La prossima fase del Procurement sostenibile potrebbe quindi essere meno legata alla quantità di KPI inseriti nelle gare e molto più alla capacità di stabilire pesi, soglie e priorità.
I dati OECD mostrano che gli obiettivi green sono ormai ampiamente diffusi, mentre la capacità di misurarne concretamente gli effetti rimane più limitata.
Il vero salto potrebbe avvenire proprio qui: non nell’aggiungere un altro criterio ESG alla decisione d’acquisto, ma nel riuscire ad attribuirgli un valore abbastanza concreto da metterlo sullo stesso tavolo del prezzo.



