La cerimonia di premiazione dei The Procurement awards vuole essere un’occasione non solo di riconoscimento dell’importante lavoro svolto quotidianamente dai team Acquisti ma anche un momento di riflessione capace di offrire ad ognuno dei partecipanti degli spunti personali di miglioramento. Così, per questa edizione, la prima finalmente libera dalle necessarie restrizioni pandemiche degli anni scorsi, ma stretta in un contesto politico ed economico particolarmente complesso, abbiamo scelto di invitare un manager che negli anni ha visto da dentro grandi aziende e che oggi restituisce e condivide la sua esperienza scardinando prassi e condizionamenti consolidati.

Fin dal titolo dei suoi saggi si percepisce quanto Giuseppe Morici abbia rielaborato in modo originale certi concetti tanto vasti quanto abusati. In “Fare i manager, rimanendo brave persone” propone di ripensare a questa figura e alla sua funzione ripartendo niente meno che dalle parole e creando un nuovo vocabolario capace di sostituire alcuni termini che fino ad ora hanno plasmato un certo modo di essere manager. In un mondo così dinamico e incerto, nel quale il rapporto con le persone, la collaborazione con il proprio team, così come quella con i fornitori, fa la differenza, il manager dovrebbe puntare a prosperare con gli altri invece di vincere contro qualcuno o qualcosa, dovrebbe progredire, non crescere e dovrebbe sostituire i numeri, esercizio arduo in questo mondo data-driven, con il concetto di “significato” che porta a sperimentare, a creare e forse, sì, anche a fallire.

Con urgenza, per modificare la rotta di questi nostri tempi, Morici, propone inoltre di sostituire il profitto, che è vantaggio di pochi, con equilibrio e valore e di superare l’orizzonte temporale del termine medio o lungo che sia, con futuro per poter sempre guardare più distante. A questo esercizio di sostituzione di parole capace di ridisegnare una nuova realtà, c’è da aggiungere anche il valore della “bellezza”, il più sottovalutato nella pratica manageriale odierna ma tanto caro ai grandi imprenditori che ne fanno spesso un asse portante della loro fortuna, e che genera cultura organizzativa e strategia d’impresa.
Per fare il manager, dunque, servono responsabilità, rispetto, coscienza, orientamento al futuro e capacità di vedere le aziende non come attori economici con responsabilità sociale ma come attori sociali con una responsabilità economica.

E a proposito di attori, nel suo più recente saggio, “Leader ma non troppo”, Morici associa proprio il mestiere dell’attore al compito del leader. Anche per questa figura, tanto spesso discussa e analizzata, Morici trova una chiave di lettura fuori dal coro. Il leader, come gli attori, usa il suo corpo, lo espone al pubblico, ostenta (nel senso di ostensione e non ostentazione) il suo volto e la sua parola a beneficio dell’assemblea. Al contempo però il leader, a questa necessaria esposizione di sé, deve anche saper scomparire a beneficio del talento altrui, per poter generare altra leadership e non rendersi indispensabile, creando le condizioni per passare la mano.

Deve essere un mix di conoscenza e ascolto, sinceramente propenso a comprendere le idee altrui e ad accoglierle. Non è più il tempo dei leader-ruolo ma dei leader-persona, capaci di mostrarsi ai propri collaboratori e di spiegare le proprie debolezze per trasformarle in punti di forza, senza cercare di rispondere meccanicamente alle aspettative. Il leader deve saper immaginare e disegnare il futuro, deve saper andare avanti, sempre, per ottenere risultati vantaggiosi per tutti, creando relazioni, squadre coese, dando anche a chi un talento non è, il riconoscimento del suo contributo.