Gestire un’emergenza dopo l’altra non è più una condizione eccezionale per chi si occupa di supply chain. L’instabilità geopolitica, le tensioni commerciali e una domanda difficile da prevedere hanno progressivamente modificato il lavoro di chi pianifica produzione, approvvigionamenti e scorte. Il problema, per molte aziende, è che alla crescente consapevolezza dei rischi non corrisponde ancora una capacità altrettanto matura di anticiparli.

È uno degli elementi che emergono dalla nuova ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning della POLIMI School of Management, presentata il 22 settembre e condotta tra marzo e giugno su 75 aziende manifatturiere operanti in Italia. Il 96% delle imprese monitora i rischi della propria filiera, ma soltanto il 20% lo fa in maniera continua e sistematica, attraverso segnalazioni automatiche e aggiornamenti frequenti.

Geopolitica e dazi cambiano la mappa dei rischi

Il divario è significativo perché nel frattempo è cambiata anche la natura delle minacce. Instabilità geopolitica e dazi sono indicati dal 65% delle imprese, davanti alla volatilità della domanda, citata dal 57%, e alle interruzioni logistiche, al 49%. Se negli anni successivi alla pandemia il tema dominante era garantire la disponibilità di materiali e componenti, oggi la pianificazione deve confrontarsi con variabili che nascono spesso fuori dal perimetro tradizionale della supply chain.

Le aziende stanno reagendo soprattutto attraverso la propria base di fornitura. Il 62% individua fornitori alternativi e il 59% diversifica le fonti di approvvigionamento. La revisione delle politiche di gestione delle scorte riguarda il 54% delle imprese, mentre il 45% punta su una maggiore flessibilità produttiva. Nei progetti di evoluzione del supply chain planning, otto aziende su dieci stanno inoltre cercando di rafforzare simulazione e analisi di scenario.

Il quadro italiano trova riscontro in quanto sta accadendo a livello europeo. Un rapporto pubblicato il 17 settembre dalla Banca europea per gli investimenti insieme alla Commissione europea mostra che il 64% delle imprese dell’Unione si considera preparato ad affrontare i rischi geopolitici. La percentuale sale al 73% tra le aziende di maggiori dimensioni, mentre scende sotto la metà tra le PMI.

Anche la gerarchia dei problemi è cambiata. Tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese europee che indicava le materie prime come ostacolo alla propria attività è scesa dal 27 all’8%, mentre per la logistica la percentuale è passata dal 28 al 12%. Nello stesso periodo sono aumentate le difficoltà associate alla compliance normativa e alle politiche tariffarie. Il 20% delle imprese considera ormai le nuove regole un ostacolo rilevante e il 18% segnala i cambiamenti doganali e tariffari.

Diversificare i fornitori non basta

Per il procurement questa evoluzione ha conseguenze che vanno oltre la ricerca di una seconda fonte di approvvigionamento. Avere un fornitore alternativo già qualificato può ridurre il tempo necessario per reagire a un’interruzione, ma la diversificazione diventa realmente efficace quando viene sostenuta da informazioni aggiornate sull’esposizione geografica della filiera, sulla dipendenza da singoli materiali o stabilimenti e sulla capacità finanziaria e produttiva dei partner.

Il tema riguarda anche il modo in cui procurement e supply chain planning lavorano insieme. Una funzione acquisti che dispone di informazioni sui fornitori ma non le integra nei processi di pianificazione rischia di avere una visione parziale. Allo stesso modo, una supply chain che costruisce scenari senza una conoscenza approfondita dei mercati di fornitura può simulare gli effetti di un evento senza avere gli strumenti per individuare rapidamente una risposta.

La ricerca del Politecnico segnala inoltre che l’utilizzo dei dati resta in larga misura orientato alle necessità immediate: il 70% li utilizza per supportare decisioni operative, mentre soltanto il 24% li impiega per analisi what-if. È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte importante dell’evoluzione dei prossimi anni. Il valore del dato non dipenderà soltanto dalla capacità di descrivere ciò che sta accadendo nella filiera, ma dalla possibilità di utilizzarlo per valutare in anticipo le conseguenze di una crisi e confrontare le alternative disponibili.

Dalla gestione dell’emergenza alla capacità di anticiparla

Anche l’intelligenza artificiale, almeno per ora, non sembra aver colmato questa distanza. Il 48% delle aziende analizzate dall’Osservatorio ha avviato progetti pilota o applicazioni operative nel supply chain planning, ma solo il 25% dispone di almeno un progetto AI effettivamente a regime. Tra le principali difficoltà rimane la disponibilità di competenze interne adeguate.

La fotografia che emerge non è quindi quella di imprese impreparate. Al contrario, molte aziende hanno già modificato reti di fornitura, scorte e processi di pianificazione. Il passaggio più complesso riguarda ora la capacità di trasformare queste risposte in un sistema permanente di gestione del rischio, nel quale procurement, supply chain e dati lavorino sullo stesso orizzonte decisionale.

In un contesto nel quale l’incertezza è diventata una componente ordinaria del commercio internazionale, la velocità con cui si reagisce a una crisi rimane importante. Arrivare alla decisione prima che la crisi produca i suoi effetti può diventarlo ancora di più.