Per anni una delle principali difficoltà legate alle emissioni Scope 3 è stata ottenere informazioni dai fornitori. Oggi la questione sta diventando più complessa. Avere un dato non significa necessariamente disporre di un’informazione sufficientemente accurata, granulare e verificabile da poter essere utilizzata nelle decisioni di acquisto o negli adempimenti che interessano le filiere internazionali.

Il Sustainable Procurement Barometer 2026 realizzato da EcoVadis e Accenture restituisce con chiarezza questa distanza. La ricerca coinvolge oltre mille grandi aziende appartenenti a venti settori e circa duemila fornitori. Il 30% dei supplier dichiara di non fornire ai propri clienti alcun dato sulle emissioni. Il 26% comunica dati aggregati relativi a Scope 1 e Scope 2, con informazioni limitate o assenti sullo Scope 3, mentre il 23% utilizza dati stimati attraverso modelli o valori medi. Solo il 21% arriva a fornire dati carbonici dettagliati a livello di attività per Scope 1 e 2 e per alcune categorie Scope 3.

Il divario informativo tra buyer e fornitori

La distanza tra le aspettative dei buyer e la capacità informativa dei fornitori è quindi ancora considerevole e aumenta man mano che ci si allontana dal primo livello della filiera. Il 48% dei buyer dichiara di avere visibilità sulle pratiche ESG della maggior parte dei propri fornitori Tier 1, con un miglioramento rispetto al 2024, ma la visibilità diminuisce nettamente sui livelli successivi.

Nello stesso tempo la sostenibilità sta entrando più profondamente nei processi di acquisto. Il 98% delle aziende intervistate da EcoVadis ha iniziato a integrare informazioni ESG nelle attività di procurement, anche se con livelli differenti di digitalizzazione. Il 26% dei buyer copre ormai oltre la metà della propria spesa attraverso rating ESG di terze parti.

Questo processo sta modificando anche la natura del rapporto con i fornitori. Il questionario di autovalutazione, che per anni ha rappresentato uno degli strumenti più diffusi per raccogliere informazioni ESG, non è sufficiente quando l’azienda deve conoscere le emissioni associate a uno specifico prodotto, materiale o processo produttivo. Per arrivare a quel livello servono metodologie condivise, sistemi di misurazione e capacità che non tutti i supplier possiedono già.

Con il CBAM il dato deve poter essere verificato

L’evoluzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) europeo rende il problema ancora più concreto per le filiere coinvolte. Dal primo gennaio 2026 il CBAM è entrato nel regime definitivo e riguarda le importazioni di determinati beni nei settori cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. Gli importatori sono soggetti a obblighi di autorizzazione e rendicontazione e all’acquisto e restituzione di certificati collegati alle emissioni incorporate nei beni importati.

Settembre rappresenta un ulteriore passaggio nell’implementazione. I verificatori accreditati possono registrarsi nel CBAM Registry e iniziare le prime attività di verifica, che comprendono l’esame della documentazione e le visite agli impianti. Da gennaio 2027 potranno essere emessi i primi rapporti di verifica, mentre da febbraio sarà possibile acquistare i certificati CBAM. Entro settembre 2027 i dichiaranti dovranno finalizzare la dichiarazione relativa alle importazioni del 2026.

Quando vengono utilizzati dati sulle emissioni effettive, la normativa prevede che siano verificati da soggetti indipendenti accreditati dagli organismi nazionali competenti. L’obiettivo è garantire che i valori utilizzati dagli importatori siano affidabili e confrontabili.

Il passaggio dalla semplice disponibilità del dato alla sua verificabilità cambia anche il lavoro del procurement. Le informazioni sulle emissioni possono entrare nella qualifica dei fornitori, nei processi di sourcing e nelle strategie di categoria, ma la loro utilità dipende dalla qualità con cui vengono prodotte. Due offerte economicamente comparabili possono avere profili carbonici molto diversi; per confrontarli occorre però che i dati siano costruiti secondo criteri coerenti e che sia possibile risalire alle informazioni che li hanno generati.

Il supplier development si estende ai dati ESG

Il rischio è quello di accumulare grandi quantità di informazioni ESG senza riuscire a trasformarle in un elemento decisionale. L’integrazione digitale, da sola, non risolve il problema se a monte i supplier utilizzano metodologie differenti, stime generiche o dati incompleti.

In questo scenario il coinvolgimento dei fornitori assume una funzione diversa. Chiedere informazioni rimane necessario, ma per molte organizzazioni sarà altrettanto importante accompagnare la supply base nella capacità di produrle. Il Barometro segnala infatti che le aziende più avanzate stanno affiancando alle richieste attività di formazione, incentivi e progetti congiunti, mentre cresce l’attenzione verso i product carbon footprint.

Per il procurement significa estendere il supplier development a un ambito che fino a pochi anni fa veniva considerato prevalentemente di competenza delle funzioni sustainability. La disponibilità di dati primari può diventare un criterio nella segmentazione della supply base e incidere sulla scelta di materiali, tecnologie e partner. Nelle categorie interessate dal CBAM può avere anche conseguenze economiche più immediate.

Il Sustainable Procurement Barometer mostra che il 55% dei buyer intervistati è già passato dalla sperimentazione dell’intelligenza artificiale al suo utilizzo operativo, soprattutto per analytics ESG e screening dei rischi, mentre oltre un terzo dei supplier non prevede di adottare strumenti AI. Anche qui emerge una distanza tra le capacità tecnologiche delle grandi organizzazioni di acquisto e quelle di una parte della loro base fornitori.

La prossima fase del sustainable procurement dipenderà quindi anche dalla capacità di ridurre questo divario. La sostenibilità della supply chain non si misura soltanto attraverso nuovi obiettivi ambientali, ma attraverso la possibilità di sapere con maggiore precisione che cosa accade lungo la filiera e di utilizzare quelle informazioni nelle decisioni. Con il consolidamento dello Scope 3 e l’entrata a regime del CBAM, la qualità del dato dei fornitori sta diventando una componente della qualità stessa del processo di acquisto.