La trasformazione sostenibile delle catene di fornitura procede più lentamente rispetto alle ambizioni dichiarate dalle imprese. Secondo il nuovo Sustainability Ratings Index di EcoVadis, la maggior parte delle aziende non dispone ancora di processi strutturati e documentati per identificare, monitorare e mitigare i rischi ambientali e sociali presenti nelle proprie supply chain.

Il dato più significativo è che l’80% delle imprese valutate da EcoVadis non possiede una procedura formalizzata per la gestione dei rischi di sostenibilità nella filiera. Una lacuna rilevante in un momento in cui le catene globali di approvvigionamento sono considerate uno dei principali ambiti di intervento per ridurre emissioni, migliorare la tracciabilità e rafforzare la resilienza industriale.

L’analisi di EcoVadis si basa su quasi 200.000 valutazioni di sostenibilità realizzate su oltre 100.000 aziende nel periodo 2021-2025, offrendo una fotografia ampia dello stato di maturità ESG delle imprese a livello internazionale.

La grande fragilità della tracciabilità: pochi dati oltre il primo livello di fornitura

Uno dei principali problemi riguarda la capacità delle aziende di guardare oltre i fornitori diretti.

Secondo EcoVadis:

  • il 77% delle aziende non effettua alcun monitoraggio dei livelli downstream della catena del valore;
  • il 73% non dispone di sistemi per la rendicontazione delle emissioni Scope 3 upstream, cioè quelle generate dai fornitori e dalle attività a monte della produzione;
  • meno dell’1% delle aziende fornisce ai propri clienti dati ESG sufficientemente dettagliati e utilizzabili per decisioni operative.

Questa mancanza di visibilità rappresenta un ostacolo significativo alla transizione sostenibile. Le emissioni Scope 3, infatti, possono rappresentare la quota prevalente dell’impatto climatico complessivo di molte aziende, in particolare nei settori manifatturieri, automotive, alimentare e moda.

La verifica resta un punto debole: troppa fiducia nei questionari dei fornitori

Un altro elemento critico riguarda la qualità delle informazioni raccolte dalle aziende.

EcoVadis rileva che:

  • il 42% delle imprese si affida esclusivamente a questionari fornitori non verificati;
  • solo il 46% richiede ai partner commerciali la firma di un codice di condotta sulla sostenibilità;
  • appena il 20% realizza audit direttamente presso i siti produttivi dei fornitori.

Questo significa che molte organizzazioni basano le proprie valutazioni ESG su dati autodichiarati, senza una verifica indipendente delle condizioni operative reali.

Il rischio è che le aziende possano avere una rappresentazione incompleta della propria filiera, soprattutto nei settori dove sono più frequenti criticità legate a diritti dei lavoratori, sicurezza, condizioni ambientali o utilizzo di materie prime problematiche.

«Le aziende che considerano il coinvolgimento dei fornitori un processo continuo, e non un semplice esercizio di conformità, riescono a ridurre la distanza tra ciò che dichiarano di fare e ciò che possono effettivamente verificare», ha dichiarato Sylvain Guyoton, Chief Rating Officer di EcoVadis.

Diritti umani: quasi nessun meccanismo per segnalare violazioni

La trasparenza sociale lungo la filiera rimane uno dei punti più critici.

Secondo EcoVadis, il 98% delle aziende non dispone di un meccanismo esterno di reclamo accessibile ai lavoratori della catena di fornitura, uno strumento considerato fondamentale dalle principali linee guida internazionali sulla responsabilità d’impresa.

La possibilità per lavoratori e stakeholder di segnalare violazioni è infatti uno degli elementi chiave dei sistemi di due diligence ESG, insieme agli audit, alla valutazione dei rischi e ai piani di miglioramento.

Il tema assume ulteriore rilevanza alla luce delle nuove normative europee, come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la futura Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che richiedono alle imprese maggiore trasparenza sugli impatti ambientali e sociali lungo la catena del valore.

L’intelligenza artificiale accelera, ma senza dati affidabili rischia di fallire

Parallelamente alla crescita dell’attenzione ESG, molte aziende stanno investendo nell’intelligenza artificiale per migliorare il controllo delle supply chain e automatizzare la raccolta e l’analisi dei dati di sostenibilità.

Secondo EcoVadis:

  • il 68% dei buyer aziendali ha già introdotto strumenti di AI nei programmi di sustainable procurement;
  • il 62% indica la validazione dei dati sulle emissioni di carbonio come uno degli utilizzi principali.

Tuttavia, la tecnologia incontra un problema fondamentale: la qualità dei dati disponibili.

Il 30% dei fornitori non fornisce alcun dato sulle emissioni di carbonio, mentre il 26% comunica soltanto stime aggregate, insufficienti per sistemi avanzati di analisi predittiva.

«Le organizzazioni hanno sviluppato strumenti sofisticati per analizzare i dati ESG dei fornitori. Il problema è che molti fornitori non possiedono ancora quei dati oppure non sono in grado di comunicarli in un formato utilizzabile dai sistemi digitali», ha spiegato Guyoton.

La stessa criticità emerge anche dalla ricerca di Boston Consulting Group, secondo cui l’adozione dell’intelligenza artificiale nella gestione delle supply chain è ormai significativa: il 44% delle aziende utilizza soluzioni AI per attività legate alla catena di approvvigionamento, una quota superiore rispetto a molte altre funzioni aziendali.

Il futuro della supply chain sostenibile passa dalla qualità dei dati

L’introduzione di software avanzati, piattaforme ESG e strumenti di intelligenza artificiale può migliorare profondamente la gestione delle filiere, ma non può sostituire una base fondamentale: dati affidabili, verificati e raccolti in modo sistematico.

La sfida per le imprese non è quindi soltanto adottare nuove tecnologie, ma costruire processi capaci di coinvolgere realmente i fornitori.

Come sottolinea EcoVadis, «un software migliore non elimina il problema della misurazione: il limite nasce dalla qualità dei dati presenti nella supply base e per superarlo servono collaborazione continua, valutazioni strutturate, monitoraggio delle performance e azioni documentate».

La sostenibilità della supply chain, dunque, non dipenderà solo dalla capacità delle aziende di acquistare strumenti digitali più avanzati, ma dalla loro capacità di creare ecosistemi industriali più trasparenti, verificabili e collaborativi.