Posted On 12 Febbraio 2020 By In Supply Chain With 357 Views

La parola della settimana: Coronavirus

la parola della settimana tecnologie da nuova normalità

Il coronavirus occupa da settimane le prime pagine di tutti i giornali online e offline e la città di Wuhan, epicentro del virus, è blindata e in quarantena. A livello globale si registrano migliaia di contagi, superati i mille morti in Cina (all’11/2/2020)  e il numero dei paesi colpiti è in aumento. Dopo il caso dei due turisti cinesi a Roma (le cui condizioni stanno migliorando), il virus è arrivato anche in Giappone, nella città-stato di Singapore, Hong Kong, Taiwan e addirittura in Russia, Oceania, Canada e USA. Per quanto riguarda l’Europa sono stati accertati circa diversi casi tra Francia, Germania, Finlandia e Gran Bretagna. Nelle ultime ore è anche stato confermato il primo caso di contagio a San Diego in California. 

Come in tutte le situazioni di emergenza, si è assistito a diversi esempi di isteria e di apprensione sul 2019-nCoV, scatenando il panico e innumerevoli casi di bufale online e disinformazione. 

Quel che è certo è che, complice anche il capodanno cinese, le aziende di tutto il mondo stanno affrontando un momento di stallo. Wuhan, polo industriale siderurgico e sede di centri di produzione di molte case automobilistiche tra cui Nissan e Honda e di hub aziendali come Walmart, Siemens e IBM, sta avendo delle ripercussioni negative sull’intera supply chain globale di materie prime, parti o prodotti finiti. 

Impatto sulla supply chain

Negli ultimi 15 anni l’importanza di Wuhan come polo industriale dell’entroterra cinese è cresciuta costantemente grazie alla manodopera a basso costo che è in grado di attrarre e il tenore di vita e i costi operativi nettamente inferiori rispetto alla costa orientale della Cina. 

Secondo il report di DHL Resilience 360, il blocco delle spedizioni e dei trasporti nella regione cinese continuerà per tutto il periodo di sviluppo della crisi legata al Coronavirus. La situazione odierna sta già ampiamente ostacolando la logistica e le catene di approvvigionamento di grandi aziende europee e statunitensi tanto da spingere alcune di queste a trovare una via alternativa alla Cina. 

Per il momento valutare l’impatto che questo virus sta avendo sulle supply chain è difficile anche se dai titoli dei giornali si inizia a percepire il disagio che sta causando. Le aziende e fabbriche presenti nelle città limitrofe hanno dovuto interrompere le proprie operazioni almeno fino al 9 febbraio ad eccezione delle attrezzature mediche, società farmaceutiche, supermercati, servizi pubblici e società di logistica. 

Coronavirus: le reazioni delle aziende

Tra le aziende che accusano il colpo del 2019-nCoV si trova Bosch che ha fatto sapere tramite il CEO Volkmar Denner che se la situazione dovesse peggiorare, la catena di fornitura sarà interrotta. Decisione questa già varata da diverse case automobilistiche come Ford, Renault e Toyota. 

Secondo le previsioni, il picco delle infezioni si protrarrà fino a febbraio/marzo, per questo il timore è che la multinazionale dovrà decidere se interrompere le catene di approvvigionamento o meno. A Wuhan, Bosch possiede due impianti produttivi presso i quali lavorano circa 800 dipendenti mentre nel resto del Paese 23 stabilimenti automobilistici che rimarranno chiusi, in alcuni casi, fino al 13 febbraio. 

La Cina è strategica anche per altre realtà aziendali come Apple che realizza qui la produzione di tutti gli iPhone a circa 500 km da Wuhan, distanza che non la protegge dal contagio. I 10.000 dipendenti cinesi di Apple potrebbero trovarsi a non poter rientrare al lavoro dopo i festeggiamenti, proprio perché il blocco della catena di produzione potrebbe essere imminente. Anche gli stessi store hanno subito un taglio negli orari di apertura al pubblico e uno dei più grandi addirittura chiuso. Stesso risultato anche per il grande colosso svedese, Ikea, che ha deciso di tirare giù la serranda di tutti i suoi 33 negozi in Cina, di cui uno proprio a Wuhan, per un tempo indefinito.

Seguono a ruota anche Mc’Donalds, British Airways, Bmw, Xiomi e Toyota che ha deciso di interrompere la produzione fino, almeno, al 9 febbraio.

Un caso a parte è quello di Hyundai, la casa automobilistica della Corea del Sud, che ha dovuto interrompere la produzione a causa di una carenza di componenti. Le ripercussioni del Coronavirus si fanno sentire. 

Coronavirus: ultime news

Come anticipato, la produzione di iPhone è a rischio. Negli ultimi giorni l’azienda produttrice Foxconn ha annunciato lo spostamento degli impianti dalla Cina all’India per garantire l’assemblaggio di iPhone 11 e iPhone SE 2, dopo la chiusura dell’impianto di Zhengzhou. In quest’ultimo avviene la produzione di due modelli di smartphonr, nello specifico l’iPhone 11 e l’iPhone 11 Pro, che saranno pertanto meno reperibili sul mercato andando a intaccare i ricavi di Apple. Nello stabilimento di Shenzhen invece, attivo sulla produzione del nuovo modello economico iPhone SE 2, il personale dimezzato del 50% non ha mai smesso di  lavorare ma il lancio del nuovo smartphone, previsto in primavera, potrebbe ritardare. 

L’opzione India non sembra però poter risolvere totalmente la questione poiché i nuovi impianti sono limitati e il personale disponibile è tra il 40-60% di quello originario. 

Il governo italiano attraverso le parole del Ministro degli Esteri Di Maio ha fatto sapere che verranno stanziati 300 milioni di euro per le aziende che esportano in Cina. “Noi come governo dobbiamo dare il massimo sostegno alle aziende. L’ICE (Agenzia per il commercio estero) ha a disposizione, solo nel 2020, 300 milioni di euro per le aziende che esportano per riorientare alcuni traffici commerciali e obiettivi di export verso mercati che non saranno colpiti dai danni del Coronavirus”. 

 


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