Non più soltanto quanto costa, ma anche da dove arriva. Nelle strategie europee sugli acquisti sta prendendo forma un cambiamento destinato ad avere conseguenze ben oltre il procurement pubblico: l’origine delle forniture, la resilienza delle filiere e la capacità produttiva europea stanno diventando variabili sempre più rilevanti nelle decisioni di acquisto.
La revisione delle direttive europee sul public procurement rappresenta uno dei tasselli principali di questa trasformazione. La Commissione europea ha indicato tra gli obiettivi del nuovo quadro la possibilità di utilizzare criteri di sostenibilità, resilienza e “Made in Europe” nei settori strategici.
La posta in gioco è considerevole. Ogni anno oltre 250 mila autorità pubbliche europee acquistano beni, servizi e lavori per circa il 16% del Pil dell’Unione, pari a circa 2.500 miliardi di euro. Anche un miglioramento dell’1% dell’efficienza degli acquisti pubblici, secondo la Commissione, potrebbe generare risparmi nell’ordine di 20 miliardi di euro l’anno.
Dal lowest price alla sicurezza degli approvvigionamenti
Il tema non è semplicemente favorire un prodotto europeo rispetto a uno extra-UE. La Commissione punta a utilizzare il procurement anche come strumento di sicurezza economica e resilienza, in un contesto nel quale pandemia, guerre, tensioni commerciali e competizione sulle materie prime hanno mostrato il costo delle dipendenze concentrate.
La valutazione delle direttive del 2014 ha peraltro evidenziato alcune debolezze dell’attuale sistema. Il numero medio di offerte per gara è diminuito, la partecipazione diretta cross-border all’interno dell’Unione rimane limitata e l’impiego di criteri green, sociali e innovativi continua a essere disomogeneo tra i Paesi.
E un dato fotografa bene quanto il cambiamento possa essere significativo: secondo la Commissione, il 55% delle procedure utilizza ancora il prezzo più basso come unico criterio di aggiudicazione.
È proprio questa impostazione che il nuovo paradigma europeo sembra voler superare: il valore di una fornitura non coincide necessariamente con il suo prezzo iniziale.
L’Industrial Accelerator Act spinge sul “Made in EU”
La stessa direzione emerge dall’Industrial Accelerator Act proposto dalla Commissione il 4 marzo 2026.
Il provvedimento introduce requisiti “Made in EU” e/o low-carbon negli appalti pubblici e nei programmi di sostegno destinati ad alcuni settori strategici, tra cui acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie net-zero, con la possibilità di estendere successivamente l’approccio ad altri comparti ad alta intensità energetica.
L’obiettivo dichiarato è stimolare la domanda di prodotti realizzati in Europa e sostenere la capacità industriale del continente. Bruxelles punta a portare il peso del manufacturing europeo dal 14,3% del Pil nel 2024 al 20% entro il 2035.
L’Industrial Accelerator Act è ancora nel percorso legislativo europeo e non è quindi una norma già operativa. Ma il segnale politico è evidente: procurement e politica industriale stanno diventando sempre più interdipendenti.
Cosa cambia per il procurement
Per un CPO aziendale il punto più interessante è probabilmente proprio questo. Le regole riguardano innanzitutto la domanda pubblica, ma quando un mercato da migliaia di miliardi comincia a premiare origine, resilienza e carbon footprint, l’effetto può propagarsi lungo l’intera supply chain.
I fornitori interessati a quel mercato dovranno conoscere meglio la provenienza di componenti e materiali, ricostruire i diversi tier della propria catena di fornitura e dimostrare quanto valore venga effettivamente generato in Europa.
Supplier mapping, tracciabilità dell’origine, dual sourcing e valutazione delle dipendenze potrebbero così assumere un peso crescente anche nelle strategie B2B.
Non significa la fine del global sourcing. Significa piuttosto aggiungere nuove variabili alla tradizionale equazione tra prezzo, qualità e servizio.
Per anni una parte importante del procurement globale ha cercato il best cost country. La nuova politica industriale europea pone una domanda diversa: qual è la best value supply chain quando nel valore entrano anche continuità, autonomia strategica e capacità produttiva?
Per i CPO la conseguenza potrebbe essere una delle trasformazioni più importanti dei prossimi anni: imparare a misurare, accanto al costo di acquisto, anche il costo della dipendenza.



