Quanto conosciamo davvero i nostri fornitori? E soprattutto, quanto sappiamo di ciò che accade oltre il Tier 1?
La domanda diventa sempre più rilevante con l’avvicinarsi dell’applicazione del Forced Labour Regulation europeo. Dal 14 dicembre 2027 sarà vietato immettere o rendere disponibili sul mercato UE, così come esportare dall’Unione, prodotti realizzati attraverso lavoro forzato. Il divieto riguarderà tutti i prodotti, indipendentemente dalla provenienza, e tutte le aziende che li immettono sul mercato europeo o li esportano.
Secondo le ultime stime dell’International Labour Organization (ILO), sono 27,6 milioni le persone sottoposte a lavoro forzato nel mondo:
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17,3 milioni nel settore privato
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6,3 milioni nello sfruttamento sessuale commerciale
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3,9 milioni in forme di lavoro forzato imposto dagli Stati
L’ILO stima inoltre in 236 miliardi di dollari l’anno i profitti illegali generati dal fenomeno.
L’Europa prepara gli strumenti per guardare dentro le filiere
Il 30 giugno la Commissione europea ha lanciato un pacchetto di preparedness e il Single Portal dedicato al Forced Labour Regulation. Ma il passaggio più interessante per il Procurement riguarda la tracciabilità.
La Commissione ha avviato una gara per acquisire servizi di supply chain traceability e strumenti di rilevazione del rischio di lavoro forzato. La procedura, con scadenza delle offerte il 28 settembre, porterà alla stipula di due contratti triennali e consentirà di sperimentare questi strumenti nelle future indagini.
L’Europa si sta quindi attrezzando per ricostruire le catene di fornitura e individuare dove possono nascondersi i rischi.
È prevista inoltre una banca dati europea su prodotti e aree geografiche con rischi documentati di lavoro forzato. Le informazioni proverranno da fonti indipendenti e verificabili e potranno essere utilizzate da autorità e aziende per valutare l’esposizione delle supply chain.
Cosa succede se emerge un rischio
Il regolamento non introduce un nuovo obbligo generalizzato di audit o reporting. Saranno però le imprese a dover garantire che i prodotti immessi sul mercato siano liberi da lavoro forzato.
In presenza di elementi di rischio, la Commissione o le autorità nazionali potranno avviare indagini e chiedere alle aziende informazioni sulla gestione del rischio nella propria supply chain. Se la violazione viene accertata, il prodotto potrà essere vietato sul mercato europeo.
La Commissione ha già messo a disposizione strumenti e linee guida per aiutare le imprese a prepararsi, comprese risorse per la tracciabilità di supplier e input e indicazioni per valutare i rischi lungo la filiera.
Il problema è oltre il fornitore diretto
È qui che la normativa incontra direttamente il procurement. Per molte aziende la conoscenza della supply chain è ancora concentrata sui fornitori diretti: qualifica, certificazioni, performance, solidità finanziaria e requisiti ESG.
Il rischio legato al lavoro forzato può però trovarsi molto più indietro: nella produzione di una materia prima, in un subfornitore o in un passaggio della lavorazione che non compare nell’anagrafica aziendale.
La questione diventa quanto in profondità un’organizzazione riesca a ricostruire la propria catena di fornitura.
Non a caso, nella nuova edizione del suo handbook dedicato alle imprese, l’ILO indica Procurement, Legal, Compliance e Sustainability tra le funzioni chiave coinvolte nell’identificazione e prevenzione del rischio di lavoro forzato.
Dal supplier management alla supply chain visibility
Per i CPO il Forced Labour Regulation apre un tema più ampio della semplice compliance:
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Individuare le categorie maggiormente esposte
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Aumentare la visibilità sulle filiere critiche
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Chiedere ai supplier informazioni sui livelli successivi
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Verificare se dati e sistemi consentano di ricostruire la provenienza di prodotti, componenti e materie prime
Non tutte le categorie richiederanno lo stesso approfondimento. Diventerà quindi importante adottare un approccio basato sul rischio, concentrando risorse e controlli dove l’esposizione è maggiore.
Il 14 dicembre 2027 può sembrare lontano. Ma costruire una mappa attendibile della supply chain, soprattutto oltre il primo livello di fornitura, richiede tempo.
Per molti CPO la domanda da porsi oggi è semplice: fino a che punto della nostra filiera siamo realmente in grado di vedere?



